Il venticello e il tornado.

Il Corriere della Sera rivela – che notizia! – che su Facebook in seimila non ne possono più del “Beppe”, un “pensionato genovese che gira in Ferrari” e che si sarebbe attirato gli anatemi del quartiere dato che “gioca con quella macchina come se avesse vent’anni”. Sgommate, parcheggi selvaggi, un rumore infernale e addirittura qualche derapata per farsi bello con i passanti: una seccatura. Tanto che qualcuno decide di aprire un gruppo in cui raccogliere le lamentationes di chi è costretto a subire l’esuberanza del vecchietto. 

Gli insulti probabilmente iniziano a diventare pesanti, e così “il Beppe” si rivolge alla polizia postale per far chiudere il gruppo. E giù denunce per istigazione a delinquere, minacce e quant’altro. Fin qui, solo un pezzo di cronaca – di scarso interesse. E’ l’apertura del pezzo, tuttavia, a preoccupare.

A partire dal titolo: “il vicino diventa un nemico con un gruppo su Facebook“. Fatemi capire: le ire del quartiere sarebbero dovute al gruppo su Facebook? Non derivano forse dai comportamenti del “pilota”? Il vicino era già un nemico, a prescindere da Facebook. Che si è limitato a raccogliere e registrare gli umori di chi quotidianamente è costretto a subire la maleducazione del “Beppe”. Niente da fare: per Severgnini, che decide addirittura di dedicarci un editoriale, “internet moltiplica gli sfoghi da bar“: “Un tempo le calunnie erano un venticello; oggi, grazie a internet, possono diventare un tornado”. Immagino che se dovesse accadere qualcosa di brutto al povero “Beppe” (quello con la Ferrari, non Severgnini) sarebbe “colpa di Facebook”. Certo. 

Ma a preoccupare davvero è la logica sottostante all’apertura del racconto della vicenda: “Adesso gli inquirenti valuteranno se è il caso di procedere anche nei confronti di Facebook. Perché è sulle sue pagine, attraverso un gruppo che aveva raggiunto la rispettabile quota di circa seimila fan, che è avvenuto il «fattaccio»“. Procedere nei confronti di Facebook? E per quale ragione? L’idea di Mario Porqueddu e, pare, della redazione del Corriere, è che sia possibile (se non giusto) processare Facebook per i contenuti dei suoi utenti. Con un paragone, è come se per una scritta sul muro di una stazione venisse incolpato chi la gestisce, e non chi ha imbrattato la parete. E’ la logica, pericolosa, delle varie proposte di legge ammazza-internet di cui siamo stati testimoni negli ultimi mesi: l’emendamento D’Alia, il ddl Pecorella-Costa, il ddl Carlucci e molti altri. E cioè: se Facebook non provvede (come poi?) a mantenere le sue bacheche pulite (e che cosa significhi “pulito” lo decidiamo noi, governo italiano), allora diventa corresponsabile con chi le insozza. E se la cosa dovesse ripetersi, allora Facebook va chiuso.

Questo è il vero rischio: non che Facebook “finisca nei pasticci per colpa del Beppe”, come scrive il Corriere, ma che la nostra libertà di espressione in Rete finisca nei pasticci per colpa di chi ragiona come il Corriere. Ora qual è il venticello diventato tornado?

8 pensieri su “Il venticello e il tornado.

  1. Il fenomeno del social web è diviso in tre fasi secondo me:

    fase 1: gli esordi del web. Se scrivo da qualche parte “ho un foruncolo sul culo” nessuno lo legge… gli italiani sul web sono pochi e non badano a certe cose

    fase 2: il web cresce in modo mostruoso: Se scrivo da qualche parte “ho un foruncolo sul culo” tutto il mondo (potenzialmente) lo viene a sapere e tutto il mondo (potenzialmente) sene frega.

    fase 3: il web resta uguale ma crescono il numero di utenti. Diminuisce quindi la “qualità” degli utenti all’aumentare della “quantita” (diluizione). Se scrivo da qualche parte “ho un foruncolo sul culo” moltissimi sene fregano ma alcuni (corriere, vecchi, cattobabbi, censori, gente che fino a ieri nn sapeva cosa fosse il web e oggi nn si sa manco il perchè lo popola) ne fanno notiziona\scandalo lo scrivono sui giornali (che leggono solo loro) e finisce che a mezzogiorno un fotomontaggio del tuo foruncolo finisce al tg1 o studioaperto….

  2. Siamo alle solite, come il caso dei bimbi con la Sindrome di Down insegna: sono d’ accorodo sul fatto che internet diventi in alcuni casi un ‘ amplificatore di offese, ingiurie, e istigazione a delinquere. Ma la libertà, si sà implica sempre dei rischi, non per questo non è un bene prezioso da tutelare. Ove questo si verifichi (reati) esiste la polizia postale per prendere adeguati provvedimenti. L’ intervento della stampa ufficiale, a mio avviso, in alcuni casi è auspicabile: ma non per invocare censure a rimedio dei “pericoli” del web, ma soltanto per esercitare, in casi particolarmente delicati, pressioni sulle autorità atte a perseguire i reati. Nel caso , per esempio , del gruppo sul tiro al bersaglio, dubito che se non fosse intervenuta la stampa l’individuazione del responsabile del gruppo sarebbe stata così tempestiva. E questo, a mio avviso, è stato un bene.
    Non ho letto ancora l’ articolo di Severgnini, e mi dispiacerei profondamente se si fosse prestato al gioco della censura su internet o della punibilità di chi offre il servizio (Facebook, Google).
    Il principio è e dovrebbe rimanere quello per cui responsabile è chi scrive sul muro, e non il proprietario, la cui responsabilità (e questa secondo me è sacrosanta), deve rimanere quella di togliere tempestivamente (nei tempi tecnici ragionevoli, ovviamente) i contenuti che rappresentano reati, una volta segnalati da altri utenti o dalle autorità. Nel caso in cui questo non avvenga, e cioè ci sia un’ omissione da parte dell’ erogatore del servizio, dovrebbe scattare la responsabilità. Ma solo in quel caso.
    E’ deludente vedere come ci si accapiglia su due fronti contrapposti di censori e libertari, quando le regole già esistono, garantiscono libertà di espressione a tutti, e il perseguimento dei reati a chi li commette. Basta applicarle, senza sbraitare. E se questa volta Severgnini si fosse prestato a questo sarebbe davvero un peccato per una persona intelligente come lui, che seguo spesso volentieri nei suoi commenti a fatti di attualità.

  3. No, Andrea: non credo Severgnini condivida l’apertura del pezzo di Porqueddu. Il suo sembra piuttosto un invito a prendere coscienza che Facebook non è un’osteria né una conversazione privata, dove si può insultare impunemente. La sua analisi finisce così: “il mezzo è potente ed eccitante; ma va controllato. In caso contrario si rischia d’andare a sbattere. Vale anche per internet, anche se non fa brum-brum.”

    Ecco, io non condivido questi toni da “emergenza”. “Rischia di andare a sbattere”? Mah.

    • Hai ragione Fabio, non li condivido neppure io. Se si fosse limitato a dire che non ci si deve poter insultare impunemente lo troverei ragionevole. Così come non lo si può fare per strada, al telefono, o dal parrucchiere. La cosa si complica quando si comincia a dire che il mezzo “va controllato”. E mi dispiace molto che Severgnini non capisca che proprio in quel “va controllato” abita il pericolo di andare a sbattere. Che vuol dire va controllato? Ambiguo, e quantomai pericoloso. Appena ho tempo proverò a scrivergli. Sono sempre interessanti le questioni che poni, e questo blog è una piacevole ginnastica per i neuroni. Una domanda: non hai considerato l’ ipotesi di implementare un linkettino per poter far condividere agli utenti i tuoi articoli su FB?

  4. Credo che sia un problema grave: la mancata diffusione di Internet è una questione che va risolta; soprattutto non si può permettere che a prendere delle decisioni su questo importante luogo di vita sociale, e non solo, sia chi di Internet non ha mai capito nulla…

  5. vi state fossilizzando su facebook, sui grandi canali social. esistono forme “vecchie” di community internet che propongono dicussioni peggiori dei classici “sfoghi da bar”. probabilmente cercate (in generale) la visibilità riflessa di facebook: un pezzo su facebook interessa un pubblico maggiore rispetto al pezzo sulla pagina sconosciuta di tizio e caio

    Severgnini: “Ho un’idea— giusta, sbagliata, opportuna, idiota — e posso farla arrivare lontano.”
    maggiore è la distanza percorsa (visibilità/pubblicità) dal messaggio internettiano e maggiore sarà l’interesse dei giornalisti verso il messaggio internettiano. tanti giornalisti sembrano giornalisti di moda e giornalisti alla moda (esclusi i presenti… a pochi viene in mente di confrontare le distopie letterarie con le utopie)

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