Ma i social media stanno davvero portando a un cyber-totalitarismo?


La Rete sta riducendo la nozione di persona e la nostra capacità di creatività individuale (Jaron Lanier). La Rete ha sostituito una società fondata essenzialmente sulla dimenticanza con una imperniata su una memoria eterna, infallibile e pervasiva (Viktor Mayer-Schönberger). La Rete rende innaturale soffermarsi e sviluppare un’analisi profonda (Nicholas Carr). Negli ultimi mesi infuria il dibattito – soprattutto oltreoceano, a dire il vero – sul rischio che accettare con indiscriminato entusiasmo l’era del microblogging di massa conduca a un “cybertotalism”, una vera e propria “dittatura” dei social media. Una nuova forma di regime in cui all’essere umano è sostituito un masticatore di frammenti, alla libertà del singolo la vox populi digitale, all’analisi e al ragionamento il tocco impressionista che serve per rimanere sulla cresta di un’onda composta da tweets e aggiornamenti di status nell’ordine delle centinaia al minuto. 

Un regime che vede nuovi tiranni (Google e Facebook in primis) e che si fonda economicamente, lo rivela lo stesso Carr in una intervista concessa a Massimo Gaggi,  sul “nostro moto perpetuo da un sito all’altro”. Il carburante di un motore basato sulla possibilità di condizionare le nostre scelte (attraverso il posizionamento in un motore di ricerca), sapere tutto delle nostre vite private (entrando in possesso – e per sempre – dei nostri dati personali) e, naturalmente, combinare questi due aspetti per trarne profitto in modo chirurgico e su scala globale. Il tutto senza che vi sia una completa trasparenza su come ciò accada. Chi avesse dei dubbi provi a rivolgere una lamentela a Palo Alto per la chiusura immotivata del proprio account sul popolare social network: le risposte si contano sulle dita di una mano, e spesso sono contraddittorie, tardive o semplicemente inutili. 

Fin qui tutto bene: si tratta di rischi di cui l’utenza della Rete va informata. Ciò che invece trovo errato è il passaggio seguente: l’idea, più o meno esplicita nello scambio tra Gaggi e Carr, che dati questi rischi sia necessario farsi promotori di una idea di libertà della Rete che contempli per gli utenti “regole” o “percorsi educativi” diversi da quelli già previsti. Che c’entra infatti la richiesta (sacrosanta) che Facebook operi con maggiore trasparenza rispetto al trattamento dei nostri dati privati con quella (tutt’altro che scontata) che servano nuove misure per stabilire che certe cose si possono dire e certe altre no? E poi: davvero il cyber-totalitarismo è diventato potente al punto da giustificare l’idea, sostenuta da Carr, che la Rete non sia più un luogo di libertà? E’ proprio vero che il fatto di scrivere tutti (o quasi) su uno spazio che offre le stesse modalità comunicative stia appiattendo i contenuti che vengono veicolati attraverso quello spazio? Ed è proprio vero, infine, che sia questa la ragione per cui abbiamo perso l’abitudine a riflettere, leggere un libro, soffermarci su un dettaglio il tempo necessario a farne maturare una visione d’insieme? 

Prima di tutto non è certo stata la Rete a mettere a repentaglio il valore della lentezza, nella nostra società. Da ben prima che si diffondessero i social media la maggior parte dei giovani italiani ha disimparato a leggere, argomentare, confrontarsi. La litigiosità emerge dalle aule del Parlamento e dai talk show televisivi da decenni; le urla hanno sommerso i distinguo e la pacatezza ben prima che il troll di turno se la prendesse, in modo del tutto demente, con i bambini down; e la distrazione è un retaggio dell’era degli spot televisivi, oltre che di quella di Facebook. Il conformismo, in sostanza, nasce molto più nelle scuole che non insegnano a pensare con la propria testa, che premiano l’obbedienza al “barone” di turno, che sulle bacheche di un social network: quelle, semmai, ne presentano il conto con una inedita chiarezza. E se anche internet dovesse sparire domattina troveremmo un nuovo modo per rimanere litigiosi, distratti e conformisti come siamo ora. 

In secondo luogo, le “gabbie strutturali” in cui ci rinchiuderebbero i social media non hanno solamente castrato la creatività individuale, ma l’hanno in certi casi addirittura esaltata. Basti pensare allo sviluppo di Twitter, in cui funzionalità essenziali come “retweet”, “reply” e lo stesso concetto di “hashtag” non sono state né concepite né realizzate dai gestori del social network, ma dai suoi utenti. Dettagli? Niente affatto: senza #iranelection molto probabilmente la resistenza al regime iraniano non sarebbe stata possibile. Ancora, si pensi alle inedite modalità aggregative sorte su Facebook: la creazione di vere e proprie redazioni per la diffusione di notizie, l’organizzazione di manifestazioni di piazza oceaniche e di eventi come Raiperunanotte, le raccolte di firme che si tramutano in pochi giorni in una valigia stracolma di nomi e cognomi tutt’altro che virtuali. Per non parlare dei doppiaggi, dei remake e di tutto l’universo di operosità amatoriale che sgomita su YouTube, e grazie a YouTube. 

Resta la domanda – inquietante – di comprendere cosa sarà di una società che affida una memoria senza scampo e mai sperimentata prima nella storia dell’umanità a un “cervello” di cui ignoriamo gran parte dei meccanismi di funzionamento e che si nutre monetizzando gli sforzi compiuti a titolo gratuito dai naviganti. Non credo la risposta verrà da una qualche “regolamentazione” imposta dall’alto, come sembrano suggerire le ultime battute tra Gaggi e Carr: ciò che serve è, dal lato dei fornitori di servizi, un modello di business che permetta di coniugare lavoro e remunerazione nel rispetto dei diritti dei netizens; da quello dei fruitori, una presa di coscienza allo stesso tempo collettiva e individuale di ciò che significhi realmente affidare una parte di sé (o del sé) alla Rete. Una battaglia economica e culturale – ma non legislativa. Su questo meglio sgomberare il campo dai dubbi, prima che qualche deputato dal ddl facile se ne approfitti.

A maggior ragione in un Paese in cui, un giorno sì e l’altro anche, Facebook viene annoverato tra le “cause” della sifilide, di un suicidio o di bizzarri progetti eversivi, il messaggio di cui dovremmo farci tutti carico non è “insegniamo agli utenti della Rete come essere liberi”, ma “insegniamo il valore di essere liberi“. Solamente una volta vinta la battaglia per la nostra libertà di espressione, che in Italia è ancora in corso, potremo pensare a come utilizzarla al meglio. Perché se l’assenza di regole – ma è così, poi? – ha prodotto i rischi di cui si è detto, non è detto che imporne di altre non peggiori ulteriormente le cose. Finendo per sommare all’opacità dei “giganti” del web una scarsa chiarezza su cosa si possa dire e cosa, invece, si debba tacere.

Prima di stare “attenti a internet“, dunque, meglio prestare attenzione a chi lancia il monito: se un “guru” – pentito o meno – o il governo italiano. Chissà che non ne venga il pensiero che a una sistema che impone la lentezza sia preferibile uno in cui è possibile scegliere se esprimersi (anche in maniera superficiale) attraverso un libro o un tweet. 

3 pensieri su “Ma i social media stanno davvero portando a un cyber-totalitarismo?

  1. Bravo, Fabio! Condivido in pieno l’invito, anche perché ultimamente- trovandomi a fare ricerche sulla libertà d’espressione sul Web- mi son reso conto di quanti politici “dal ddl facile” abbiamo avuto negli ultimi anni e di quanto la Rete si sia mobilitata mentre dormivo sogni beati.
    Comunque… mi sembra di riscontrare oggi due atteggiamenti-tipo in chi si accosta al Web: da un lato, la demonizzazione assoluta, con relativa attribuzione a portali video e social network di ogni male possibile e immaginabile (arrivando ad apici grotteschi, come la notizia della sifilide, che ricalca poi la solita propaganda irrazionalistica di chi- per preservare i propri interessi- grida alla “minaccia” e all’emergenza sociale), all’altro lato la santificazione assoluta, con relativo culto cieco che invoca il diritto alla “condivisione” online di tutto ciò che ci passa in corpo (deiezioni comprese) e, ovviamente, con una libertà stilistica che non conosce freni (facendo ormai apparire pedanteria pura ogni critica rivolta a chi scrive usando “k” al posto di c, improbabili abbreviazioni, et similia).
    Abbiamo di fronte a noi i consueti prototipi dello scontro d’ogni tempo: ad un polo i “conservatori”, all’altro i “rivoluzionari”, entrambi soggiogati agli automatismi necessari all’imposizione di ogni pensiero rigido, incapaci di cogliere le sfumature delle cose. Ecco, penso che per entrambi è come se avvenisse una sorta di “restringimento retinico” che li renda incapaci di “vedere” le cose per come sono (hai mai letto “L’arte dell’accecamento” di Paul Virilio?).
    Bene, dopo ‘sta pallosissima premessa, ti dico: Internet, per me, va considerato per quello che è, e ne vanno valutati con lucidità critica sia le potenzialità che i difetti… Ad esempio, io credo moltissimo nell’informazione sul Web, nei blog e in particolare nei video-blog, mentre ho forti dubbi sul fatto che il Web possa essere o diventare il nuovo “luogo” dell’arte, specie di quella “tradizionale” (come poesia e narrativa). Per questo direi provocatoriamente che un blog non è un posto in cui si possa “leggere”, se con questa parola intendiamo riferirci a quella peculiare attività richiedente attenzione e cura, e da cui- nel caso del romanzo o della poesia- dovrebbe emanare quel “di più” (ciò che Benjamin chiamava “aura”) caratteristico di ogni opera artistica . Ma in un altro senso, “leggere” è ovviamente possibile, inteso come pura decifrazione di parole scritte, combinate in un certo modo che le doti di senso. E, in questo caso, blog e social network come strumento di condivisione di informazioni e pensieri hanno decisamente un primato assoluto al momento. Anche se per questo tuo articolo ho fatto fatica rispetto ad altri, essendo più lungo, con un carattere più piccolo, e quasi privo di link (e comunque ho “letto” con approssimazione). Infatti, come non può esistere un certo tipo di lettura in Rete, così anche la scrittura deve adeguarsi a certe nuove “regole” dettate dall’esigenza di velocità di condivisione del pensiero e che hanno come presupposto la messa al bando di ponderazione e rilettura, ma che all’interno di questo “contenitore” appaiono armoniche (ti capita mai di leggere una cosa in Rete, o comunque al computer, e trovarla ben scritta, poi stamparla e trovarvi una marea di ripetizioni, errori, etc.? A me, sì).
    Trovo poi davvero aberranti i sempre più diffusi spazi web consacrati alla letteratura emergente, che nella quasi totalità dei casi vuotano ad occhi chiusi sulle proprie scrivanie virtuali i cestini degli editori veri, accompagnando le “opere” con tanti complimenti agli pseudo-scrittori.
    Vabè, sto decisamente andando fuori tema… Complimenti ancora per il post. Cià.

  2. Classico caso di conservatorismo pseudo-sinistroide luddista, no? Io sono per il progressismo che vede principalmente l’aspetto costruttivo di internet (e che sorride agli OGM), tutta un’altra storia…

  3. Pingback: IJF 2010 /4 – Il giornalismo si farà adottare dal pubblico. Intervista a Luca De Biase « ilNichilista

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