Il Giornale è su Facebook, quella “diavoleria”. Che ora deve imparare a difendere.


Guarda chi si vede su Facebook: da oggi anche  il Giornale ha finalmente una propria pagina sul popolare social network. Scaduto, dunque, il “conto alla rovescia” che aveva tenuto col fiato sospeso i lettori del quotidiano di Feltri. Che potranno usufruire del “luogo di libertà” creato da Mark Zuckerberg per dialogare con la redazione. Del resto, “I cosiddetti “social network” sono ormai un’abitudine quotidiana, si controlla la propria pagina come si beve il caffè e si legge il giornale. È un modo per tenersi in contatto con gli amici ma anche per scambiare opinioni e informazioni”. Meglio tardi che mai: benvenuti nel presente.

E io che, leggendo il Giornale, pensavo Facebook fosse un “passatempo tendenzialmente inutile” (Giuseppe Marino), una “diavoleria“, “quella roba lì” – “fancu, faisbuk, face book o come cavolo si chiama” (Massimiliano Lussana). Che fosse buono solo a fare la “mitopoiesi di Tartaglia“, diffondere gli insani propositi degli “amici di Spatuzza” o la nullità (politica) che si cela sotto la frangetta di Debora Serracchiani. Insomma, un mezzo che conduce “là dove ti porta Facebook” (Guido Mattioni). Dovunque sia, non alla realtà.

Nonostante sia “solo una moda”, Facebook è radicato abbastanza da costituire un “particolare inquietante” nel suicidio di un diciassettenne, il cui unico legame con il social network era – giova ricordarlo – l’iscrizione a una pagina chiamata “Hai mai pensato di farla finita?”. Il quotidiano di via Negri non ha dubbi: “lo scrive su Facebook e poi si toglie la vita”. Un mezzo minaccioso quanto basta da rendere le parole del presidente del Senato Schifani (“Facebook è più pericoloso dei gruppi extraparlamentari degli anni ’70”) “condivisibili nella loro ovvietà“. Un vero e proprio “mito della sinistra telematica” (Alessandro Gnocchi). 

Alcuni lettori condividono le preoccupazioni della redazione. Chissà che potrà dire sulla pagina Facebook de Il Giornale, ad esempio, Eraldo Ciangherotti, secondo cui “i pazzi si sono rifugiati nella Rete“: “i Servizi segreti dovrebbero – scrive il 15 dicembre 2009 – schedare tutti i nominativi degli iscritti e aderenti a questi gruppi online, per trasferirli immediatamente alle Asl e ai Centri di Igiene mentale“. Conclusione? “Meglio censire queste persone e sorvegliarle a vista, piuttosto che avere altri Tartaglia pronti ad esplodere ad orologeria”. Spero abbia modo di ricredersi, frequentando la bacheca del quotidiano. Che al momento preferisce ricorrere al ban di chi “in maniera ripetuta e offensiva” insulta gli amministratori e i fan della pagina.

Non resta che augurarsi che l’iniziativa de il Giornale abbia successo. E che da questa esperienza la testata ricavi l’importanza di difendere lo spazio che, da oggi, anch’essa occupa. Manifestiamo insieme, dunque, per la libertà della Rete. Potrebbe essere un primo, significativo segnale per dimostrare che anche il quotidiano di Feltri reputa internet un luogo di dialogo, prima che di aggressione. E che il passato è, finalmente, passato.

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4 pensieri su “Il Giornale è su Facebook, quella “diavoleria”. Che ora deve imparare a difendere.

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