Di necessità virtù.

Quando si dice fare di necessità virtù. La terza puntata di Telebavaglio (“contro la censura, la tivù ce la facciamo noi”), idea della redazione del Fatto Quotidiano, somma una serie di punti di forza che non fanno affatto rimpiangere i talk show eliminati dall’insensata par condicio pre-elettorale. 

E’ come se il clima casalingo, l’essere seduti tutti intorno a uno stesso tavolo pieno di giornali, bicchieri e bottigliette di plastica, la lontananza dalle luci dei riflettori, dal pubblico e dai tempi televisivi – è come se tutto questo armamentario dilettantesco avesse restituito al dibattito la sua natura. Come se l’assenza della televisione avesse restituito visibilità e fruibilità al dibattito. Come se oggi fosse possibile fare televisione solamente al di fuori della televisione. 

Anche in questo la Rete è un grande strumento non solo di libertà, ma di genuinità. Penso all’efficacia dei messaggi elettorali che Nichi Vendola, durante le primarie che lo videro trionfatore, affidava a YouTube; alle migliaia di persone raccolte su uStream dal Popolo Viola, capace oramai nell’arco di poche ore di lanciare una proposta su Facebook, riempire una piazza (reale) e allo stesso tempo trasmettere il tutto in diretta per chi fosse costretto a limitarsi alla protesta su schermo. E, da ieri, a Telebavaglio, che dopo un paio di puntate di rodaggio è riuscito a darsi un aspetto accattivante, scandire il dibattito attorno ai temi fondamentali (lasciando a ciascuno la possibilità di comunicare il proprio messaggio in modo chiaro e compiuto, senza urla né attacchi personali) e, finalmente, affidando la conduzione a dei giovani motivati, capaci e tutt’altro che inibiti (Carlo Tecce, Silvia Truzzi e altri). 

Si obietterà che, nel caso in esame, Di Pietro abbia parlato qualche minuto più degli altri; che le domande dei conduttori non abbiano mostrato sufficiente “terzietà” rispetto alla materia in esame; che non si sia prodotto, insomma, quell’impossibile equilibrio di pareri che sembra essere tanto caro alla televisione vera e propria. Può darsi. Ma il bello è che, nonostante questo, ciascuno spettatore ha avuto modo di farsi una propria opinione sulla costituzionalità o meno del dl salva liste, sull’opportunità della firma di Napolitano e sull’incoscienza di un Di Pietro che, stuzzicato da Macioce de Il Giornale (“usando questi toni si rischia una guerra civile, te ne rendi conto?”, ha detto all’incirca) risponde: “ma la colpa è di chi ha ucciso Mussolini o di Mussolini?“. Per fortuna non serve assegnare lo stesso tempo ad ogni opinione, per garantire a ciascuna un equo diritto di cittadinanza: un’idea si può esprimere in un minuto o in pochi secondi, sta a noi comprendere che ciò che conta è il messaggio, e non quante volte viene ripetuto.

Ora non ci resta che sperare che gli italiani imparino a riversarsi in Rete, anche per seguire i dibattiti politici. E che altre redazioni seguano l’esempio di quella del Fatto. Bastano un tavolo, due telecamere e qualche microfono. Coraggio, datevi da fare. Ce n’è un estremo bisogno negli ultimi venti giorni di questa assurda campagna elettorale.

[AGGIORNAMENTO – 21:53]

Detto fatto: il Corriere.it, con tempismo perfetto, ha deciso di inaugurare Mentana Condicio. 

12 pensieri su “Di necessità virtù.

  1. Sarebbe bello credere che la cosa possa diffondersi al di là dei soliti. Ma non ci credo molto, iniziative come queste coinvolgono sempre le solite persone, che già si informano approfonditamente in vari modi. Alla stragrande massa dei telemorti non arriveranno mai, e questo è il fondamento per capire davvero il paese in cui viviamo: ignoranza e stupidità da noi sono valori da tutelare e conservare. Chi lo fa, vince.

    Michele Gardini

  2. Ottimo.
    “Impossibile equilibrio di pareri”. Definizione perfetta…della prassi televisiva di dover cotrapporre ad ogni affermazione, ad ogni opionione, e persino ad ogni elemento di cronaca, uno perfettamente simmetrico, in una specie di alchimia algebrica per cui poi, alla fine, la somma degli uguali ed opposti, deve sempre risultare zero! Così tutti sono in pace, e i dibattiti diventano sempre più un noioso esercizio di equilibrismo, per buona pace di chi vorrebbe seguire il filo di un discorso, e notare una qualche gerarchia logica fra le cose dette. Tutto si annulla, tutto sia appiattisce….nel migliore dei casi; e nel peggiore, semplicemente si urla, si sbraita, e non si capisce una mazza neanche di quello che si dice.

  3. @Fabio: scusami, hai ragione! 🙂

    @Michele: Prima di FaceBook anche io pensavo che la cultura di Internet sarebbe rimasta una nicchia. Però, se ogni utente iscritto su FB desse un’occhiata ad un dibattito sul web, potrebbero cambiare molte opinioni.

  4. Pingback: La “chiamata alle armi” di Antonio Di Pietro. « ilNichilista

  5. @Vitalij. Non esiste la cultura di internet. Internet è solo un mezzo, potentissimo ma sempre un mezzo, buono per ampliare le proprie fonti come anche per rincitrullirsi giocando o guardando filmati scemi o chattandosi idiozie. Non è una nicchia, sono molte nicchie scarsamente comunicanti tra loro, esattamente come avviene nella società. Chi legge libri e si informa sui giornali non comunica con chi sta davanti alla De Filippi o ai reality per spegnere un cervello che già fa poco di suo. Internet non cambierà questo, perché non esiste un modo per obbligare chi non vuole usare il cervello ad usarlo.

    Michele Gardini

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