Intervista a Marco Bardazzi sul rapporto tra giornalismo e social media.

Su Farefuturo è uscita oggi una mia intervista a Marco Bardazzi, autore insieme a Massimo Gaggi del recente “L’Ultima Notizia“, un testo che mi sento di consigliare senza se e senza ma. In quella sede ho concentrato le domande sul tema del presente e soprattutto del futuro dell’informazione. Ho lasciato invece per ilNichilista alcune riflessioni sull’argomento, caro a questo blog, del rapporto tra social networking, giornalismo e politica.

Diversi giornalisti e politici sembrano faticare a comprendere i meccanismi che operano in rete, e tendono a guardare a internet come a un luogo separato dalla realtà, un “covo di sovversivi” o di istigatori a “giocare al tiro al bersaglio con i bambini down”. Tu, da frequentatore del web, non pensi che alcuni colleghi abbiano sottostimato o ignorato il fenomeno del “trollismo” che da sempre affligge forum, blog e social networks?

Certo. Penso che in generale sia un problema, anche generazionale, per una larga fetta del mondo dell’informazione capire che cosa è il mondo dei social network. C’è un cammino ancora da fare. Io sono della generazione di mezzo, dei quarantenni che hanno un’idea di come si muove la rete ma non ha certo la capacità di navigare in rete dei nativi digitali. Credo ci sia un passaggio da fare che spero avverrà con l’arrivo di una intera generazione di giornalisti che ha un’esperienza personale di cosa sia la rete e i social network. Questo toglierà tutta una serie di sospetti che per il momento circolano. È una fase di transizione, e come tutte le fasi di transizione sono confuse e ci si guarda un po’ in cagnesco tra una generazione e l’altra, e un gruppo e l’altro. Ma passata questa fase sarà più chiaro per tutti che i social network non sono un mondo a parte. Sono parte della realtà di oggi dove gente normale passa il proprio tempo. E peraltro stanno diventando una della maggiori fonti di informazione: si va a trovare notizie sui social network. Demonizzarli sarebbe assolutamente un segno di non avere compreso di cosa stiamo parlando.

Non pensi che i troll, o gli “idioti moderni” in genere (la definizione è di Beppe Severgnini), stiano godendo di troppa visibilità a livello mediatico, mentre troppo poca ne viene data a chi, come Arianna Ciccone, usa Facebook per condurre concretissime battaglie contro la disinformazione (oltre 50 mila firme in un giorno – saranno oltre 150 mila al momento della consegna alla RAI, nda – per chiedere una rettifica al Tg1, che aveva definito Mills “assolto” invece che “prescritto” per ben due volte)?

Lì ci sono sicuramente considerazioni di vario ordine. C’è il vecchio problema di che cos’è che fa notizia, che esiste da sempre e non è soltanto portato oggi dalla Rete. È il vecchio dibattito per cui “la cattiva notizia è notizia la buona notizia alla fine non fa notizia”. C’è la tendenza a enfatizzare ciò che colpisce più nell’immediato e passare sotto silenzio ciò che viene un po’ meno compreso. Io penso che le manifestazioni viola di questo periodo abbiano fornito un esempio, e cioè che siano state poco percepite o guardate con distacco dall’informazione tradizionale più che altro perché non se ne capiva la portata. Quando poi si materializzano migliaia di manifestanti in carne e ossa io penso in generale ci sia ancora l’onestà per dire che è un fenomeno reale e non semplicemente un’invenzione della Rete. Poi è vero che cadiamo spesso nella tentazione di titolare in maniera più forte il video ad effetto e non dare abbastanza peso a iniziative che dovrebbero forse averne.

Un altro tema affrontato nel libro è il rapporto tra social media, giornalismo e formazione. In che direzione i social media stanno modificando le nostre modalità di consultazione e apprendimento delle notizie? Stiamo andando incontro a una “demenza digitale di massa”, a una “tecnoutopia” o se, come è più probabile, la verità starà nel mezzo, che cosa è realmente cambiato?

Io vedo i social network come una grande opportunità. C’è una massa enorme di notizie che noi giornalisti produciamo che viene scambiata su Fb e Twitter. Ed è un fenomeno positivo, perché il mio lavoro viene utilizzato da altri per scambiarsi contenuti con i quali si decide delle scelte che uno fa nella propria vita. Questo è il motivo per cui faccio il mio mestiere. C’è un problema: come sostenere il business che alimenta la produzione di queste notizie. Ma sta cambiando il modo di raccontare la realtà perché le notizie che produciamo vengono scambiate in un modo diverso. Penso a Spot.us, dove sono le comunità online a decidere quali storie vale la pena di raccontare. Questa informazione dal basso, o citizen journalism, oltre a arricchire i giornali tradizionali cambia il modo in cui viene fatta informazione, perché fino ad oggi era impensabile che ci potesse essere un gruppo di persone che si coalizzasse per pagare a una giovane giornalista, come è successo, un viaggio in mezzo all’Oceano Pacifico per fare un reportage multimediale su una enorme chiazza di rifiuti che si sposta nel Pacifico. Lei lo ha realizzato, fatto pubblicare al NYT e poi proseguito online. Tanta gente che non ha niente a che fare con il giornalismo che si mette a raccogliere gli 8 mila dollari che servono per mandare questa ragazza in mezzo al Pacifico: questo secondo me cambia il modo in cui fare informazione.

E cambia anche il modo di insegnare il mestiere?

Senza dubbio. Spero che le scuole di giornalismo si adeguino ai social media, e sappiano trasferirli e applicarli a ciò che facciamo come giornalisti. Ne abbiamo un grande bisogno, nelle nostre redazioni. Nuove idee che unite a ciò che già sappiamo fare, permettano di fare il nostro mestiere in maniera diversa. Io sono estremamente ottimista, e credo che stiamo andando incontro a uno dei momenti più belli per fare il giornalista, nella nostra era. C’è una crisi paurosa dei giornali, nessuno assume, è un disastro economico, ma credo sia anche un momento di grandissima opportunità perché sta nascendo qualcosa di nuovo che ci permetterà di raccontare le storie dell’avventura umana in maniera assai più accattivante di quanto non abbiamo fatto noi in questi anni.

Advertisements

4 pensieri su “Intervista a Marco Bardazzi sul rapporto tra giornalismo e social media.

  1. Eeeeh, ma quanto sei nichilista! 😄 Io ho linkato questa intervista su fb! Tièèèèè! Quando pensi che non te ne importi, a volte, te ne importa più di quando sei convinto che te ne importi. Spero di essere stata chiara. Sciau 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...