Porta a Porta e l’intelligenza a orologeria.

A Porta a Porta si parla di “politica e calunnie“. E non c’è che dire, abbondano entrambe. Si inizia con le rivelazioni di Ciancimino, subito bollate dagli autori del programma “accuse a orologeria“. Replica “allibita” di Marcello Dell’Utri: “è immorale dare ascolto a queste cose”, ciò che andrebbe fatto invece è capire “chi gestisce Ciancimino”. Da complotto a complotto, dunque. Ma se il primo va in onda in tribunale, il secondo beneficia dello share della seconda serata di RAI1. Non solo: può perfino fregiarsi dei ragionamenti di Italo Bocchino e Niccolò Ghedini, che ci aiutano a intuire che cosa abbia in mente il senatore condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. L’assunto di fondo è sempre lo stesso, quello del populismo duro e puro: “tutti gli italiani possono giudicare le affermazioni di Ciancimino” (Bocchino) – e io che pensavo servissero le carte, le prove, i riscontri. Il teorema, invece, si basa sulle seguenti premesse:

(P1) l’opposizione ha costruito “un castello di calunnie” (Bocchino)

(P2) le calunnie sono le dichiarazioni di Ciancimino (Bocchino)

(P3) le dichiarazioni di Ciancimino “delegittimano il governo” (Ghedini)

(P4) a usare il metodo della delegittimazione è la mafia (Ghedini, riprendendo le dichiarazioni odierne di Alfano)

Conclusione? Dietro le dichiarazioni di Ciancimino c’è la regia dell’opposizione e della mafia. Naturalmente è una mia libera (mica tanto, è logica) interpretazione, dato che si enunciano le premesse, ma non la conseguenza, che resta implicita a vibrare tra le bianche pareti dello studio. Belpietro aggiunge l’immancabile ipotesi ad hoc (la quadratura del cerchio): “Ciancimino sta facendo i suoi interessi personali”. Chissà in quale dei mondi possibili ci si difende pronunciando tutte e sole le frasi che costano piogge di querele e il più fitto tra i fuochi mediatici. Non che questo dimostri nulla, né tolga i dubbi sulle affermazioni del figlio del boss. 

Una volta archiviata la politica, si passa alle calunnie – come da programma. Secondo Bocchino “Ciancimino è un caso da Trattamento Sanitario Obbligatorio”; per il sindaco leghista Flavio Tosi, invece, bisogna rifarsi agli Stati Uniti, dove a quelli come Ciancimino “danno un calcio nel sedere“. Non come qui, nell’ “unico Paese dove un ex magistrato fonda un partito politico”. Partono le accuse personali, i bisticci. E quando la politica (o quello che è diventata) rientra noiosamente dalla finestra, spostando il discorso sulle foto della cena di Di Pietro con Contrada e sul discusso assegno incassato dal leader dell’IDV, fioccano gli sbadigli. Solo sul tema dell’aggressione a Berlusconi, in cui De Magistris vede “dei lati oscuri“, c’è un sussulto. Perché Tosi incalza l’eurodeputato (“ci dica quali”) che in tutta risposta balbetta e svia, prima di buttare là un “lo dirò in aula”. Scatenando l’ironia di Tosi: “ma lei pensa davvero che sarebbe chiamato in aula se mai si indagasse su quella vicenda? E per quale ragione?”. Il tutto mentre Fioroni mantiene un tono di voce e un profilo talmente bassi che le parole che pronuncia si dimenticano nel tragitto tra un orecchio e l’altro. Chiude un lungo litigio tra Bocchino e De Magistris, che si beccano come scolaretti a ricreazione, con frasi come “tu non comprendi”, “io comprendo più di te, se vuoi facciamo il test di intelligenza“, prima di passare a ipotetiche vicende giudiziarie senza capo né coda in cui l’uno incolpa l’altro e viceversa.

Io prendo in parola Bocchino, e propongo di fare non uno, ma due test di intelligenza. Non agli ospiti, ma ai telespettatori: uno prima e uno dopo la trasmissione. Sono certo che i risultati sarebbero più istruttivi di quanto è stato detto nell’intera puntata. Il più significativo? Il curioso fenomeno della “intelligenza a orologeria“: prima (magari) c’era, ora chissà.

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