Follini, le primarie e il futuro (eretico) del PD.

In una intervista al Corriere della Sera, l’ex DC, CCD, UDC, Italia di Mezzo e ora senatore PD Marco Follini se la prende con le primarie, colpevoli di “far deragliare” il treno del partito, già di per sé ridotto a “un fiocco di neve nella tormenta”. Altro che “grande prova di democrazia, di apertura e trasparenza” (Dario Franceschini); altro che motivo di “orgoglio” (Pierluigi Bersani); altro che, infine, strumento insito “nel DNA, oltre che nello Statuto del partito” che permette di evitare “soluzioni kamikaze” (Ivan Scalfarotto). Secondo Follini

rischiano di condurci a un modello di partito leaderistico, con qualche tratto plebiscitario.

Ecco perché “non sono un cultore del dio delle primarie”. Ah no? Strano dunque che nel settembre 2005, appena conclusa l’esperienza da Vicepresidente del Consiglio nel Governo Berlusconi II, le invocasse proprio per contrastare la (indiscussa e indiscutibile) leadership del Cavaliere, che nei “tratti plebiscitari” aveva ed ha la sua cifra stilistica. E che nei confronti di Bruno Tabacci, che replicava che alle primarie dovesse essere anteposta una riforma della legge elettorale, Follini insistesse: abbandonare le primarie adesso rischierebbe di lasciare le cose come stanno. Mentre

Un candidato scelto da tutti democraticamente magari facendo anche noi le primarie, come ha suggerito Formigoni, può essere parte di un copione che cambia (Il Giornale, 2 luglio 2005).

Come quello che descrive l’idea di democrazia di Follini. Che il 5 ottobre 2005 la dipinge come il luogo in cui le opinioni vengono misurate a colpi di primarie (battuta del protagonista: “Sono conscio di non essere Paul Newman o Robert Redford, ma non vorrei essere la loro controparte sul set cinematografico della «Stangata»“). E oggi diventa “la volta della razionalità” (dei dirigenti) che “cavalca le emozioni” (del popolo): “Se De Gasperi avesse chiesto alla base democristiana cosa fare del Pci gli avrebbero risposto di metterlo fuori legge. E se Togliatti avesse indotto un referendum tra gli iscritti del Pci sul concordato, gli avrebbero detto di votare contro”. 

Follini l’eretico? Nonostante le conversioni, i discorsi sull’ “undicesimo comandamento” e sull’ “ottavo sacramento” (farina, quest’ultima, del sacco di Stefano Ceccanti) mi sento di escluderlo. Contraddirsi, scagliarsi contro la linea del partito, vagolare un po’ qua e un po’ là è ordinaria amministrazione nel Partito Democratico, non eresia. Così come non vale certo il rogo l’idea che identificare nelle primarie “non la cura, ma la malattia” non servirà a trarre il PD in salvo dalla “tormenta”, o a rimetterlo sui binari. 

Ecco, pensare che ancora importi il futuro del PD a tutta la sua dirigenza: questa sì, è la vera eresia.

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