L’uguale e il diverso.

Forse è proprio vero: una ventata gelida di razzismo sta spazzando l’Italia. Lo ha sostenuto di recente L’Osservatore Romano; lo ha ribadito Sergio Harari sul Corriere; ce lo aveva addirittura ricordato l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (una agenzia dell’ONU) soltanto qualche mese fa. La vulgata popolare ne vorrebbe una paternità esclusivamente leghista. Del resto, la chiamata alla “guerra santa” e alla “nuova Lepanto” contro gli islamici; il Natale che diventa “bianco” non per la neve ma per il colore della pelle; le “pulizie etniche” ventilate per i “culattoni” e la “tolleranza a doppio zero” per i bambini Rom (frasi da cui nessun esponente della dirigenza leghista si è dissociato, nonostante siano costate a chi le ha pronunciate una condanna per istigazione al razzismo) sembrerebbero non lasciare spazio ai dubbi.

Altri fatti, tuttavia, impongono una considerazione meno semplicistica del problema. Due esempi: la “caccia al negro” che diventa motivo di vanto per i ragazzi di Rosarno (lo racconta Marco Rovelli), di cui è difficile pensare una affiliazione al partito di Bossi; e gli insulti a Mario Balotelli, pronunciati negli stadi di tutta Italia, da Torino a Verona passando per Cagliari, da tifoserie di ogni colore politico. A cui oggi se ne aggiunge un terzo: il cartello appeso sulla porta di un negozio di abbigliamento di Empoli, che reca la scritta “vietato ai cinesi“. Il titolare si difende, sostenendo che non si tratti di razzismo ma di una misura per evitare che falsi clienti dalla pelle gialla si aggirino tra la merce con l’unico intento di copiare rifiniture e cuciture. “I clienti sono dalla mia parte“, aggiunge. E si sa, il cliente ha sempre ragione. 

Ora, basta scorrere i risultati delle ultime elezioni Europee, provinciali e comunali del 2009 a Empoli per verificare che il risultato della Lega Nord supera appena il 3% delle preferenze, a fronte del 46,6% ottenuto dal Partito Democratico: non esattamente una roccaforte Padana. Da dove proviene dunque un disagio tale da giustificare un cartello che, se non concepito con intenti razzisti, rischia chiaramente di essere equivocato in tal senso? Si tratta di un caso isolato, di una scelta di cattivo gusto di un singolo? Possibile, ma poco probabile.

Gennaro Carotenuto nel suo recente volume Giornalismo Partecipativo fornisce una interpretazione più convincente: l’atteggiamento diffuso e trasversale di odio per il diverso è la risposta della popolazione all’allarme sociale creato dai media. Basta passare in rassegna alcuni dati, che Carotenuto riporta tramite Alessandro Robecchi: “Nel 1991 gli omicidi in Italia sono stati 1901, nel 2006 sono scesi a 621, dei quali quasi la metà perpetrati in zone di mafia. I furti nel ’99 erano 380 ogni 100 mila abitanti; nel 2006 erano 233. […] Dov’è quindi quell’emergenza sicurezza che spinge il cittadino di Treviso a invocare le ronde contro gli stranieri? Forse il quadro diventa più chiaro se si pensa che, mentre negli ultimi anni il numero dei reati scendeva costantemente, aumentava invece il numero delle notizie di cronaca nera contenute nei media. Negli anni compresi tra il 2003 e il 2008, a fronte di una diminuzione dei reati, il Tg1 ha dedicato alla cronaca nera il 18,4% di tempo in più. + 22% è l’incremento delle notizie riguardanti i reati nello stesso periodo nel Tg2, 13% per il Tg 3, 24% il Tg5, 26% Studio Aperto. Durante il 2007, anno di campagna elettorale permanente, la cronaca nera ha aperto per 36 volte il Tg1, 62 volte il Tg2, 32 il Tg3, 70 il Tg4, 64 il Tg5, ben… 197(!) Studio Aperto” (p. 75). Per non parlare dell’opposto trattamento riservato, ad esempio, all’immigrata romena che uccise Vanessa Russo a colpi di ombrello (oggetto di una campagna di odio che costrinse il prete che ne invocava dall’altare il perdono al silenzio) e all’italiano che “per errore”, scrisse la stampa, fece fuoco su una bimba polacca di cinque anni; un fatto omesso al punto da rendere impossibile a Carotenuto sapere se l’assassino sia stato assolto o condannato.

Se certi atteggiamenti della Lega Nord sono da esecrare, dunque, è necessario non ridurre ad essi la nostra comprensione di un fenomeno complesso e multiforme come il razzismo. E’ questo il vero “clima d’odio” di cui dovrebbe interessarsi la politica, e per il quale l’informazione italiana avrebbe l’obbligo di fermarsi e recitare un sonoro mea culpa. Prima che questo Paese si divida non in Nord e Sud, ma in uguale e diverso.

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