La rete non è un’arma. Una risposta a Paolo Barnard.


In una lunga e livorosa lettera a cuore aperto a se stesso e al “popolo del web” (o meglio, ai “gonzi” “tossicomani della rete“), Paolo Barnard sostiene che “L’arrivo di Internet nelle trincee della lotta sociale non ha migliorato il mondo, né l’Italia, anzi. Questo perché […] il suo scopo era e rimane quello di drogare milioni di persone comuni, e di far scadere i pochi attivisti in una patologia ossessiva da attivismo di tastiera che li rendesse del tutto inutili”. Missione compiuta, secondo l’ex giornalista di Report: “Ci sono riusciti, il Potere ha di nuovo vinto”. E una volta aperti gli occhi, che fare? “Smettete di leggere e commentare ossessivamente, disintossicatevi, piantiamola di pubblicare a raffica (noi autori e voi siti), ritiriamoci nelle nostre case e chiediamoci fino a piangere: perché non so più cambiare il mio tempo? Perché il Potere mi ha fottuto, ancora una volta?”.

Barnard porta a supporto della sua linea argomentativa una lunga sequela di “fallimenti” della rete e di successi ottenuti, sempre contro il “nemico” Potere, dagli “uomini e donne delle cerbottane”. Se i secondi (la legalizzazione di divorzio e aborto, Tangentopoli, la sconfitta dell’Apartheid, per dirne alcuni) sono stati innegabilmente ottenuti senza internet, è lecito avanzare il dubbio che i primi siano da imputare al web. Il fatto che il 17% delle famiglie sia in grave difficoltà testimonia forse che noi “poveri stronzi” abbiamo fatto di internet un “videogioco planetario”? Colpa della rete se la crisi finanziaria globale si è risolta in una distribuzione della ricchezza perfino più iniqua di quella precedente lo shock? E’ un fallimento dei “cybercombattenti civici” l’aumento del 45% della spesa militare globale dell’ultimo decennio? No, caro Barnard: semmai la rete ha il merito di aver permesso a te e me di entrare in comunicazione; e dunque a te di diffondere la tua denuncia, e a me di poterla leggere. 

Questo è il vizio fondamentale del ragionamento, provocatorio ma molto ben articolato, di Barnard: l’idea che dalla rete ci si aspetti un’arma salvifica con cui sconfiggere il Potere. Un’idea che, più che una proprietà della rete, è un desiderio personale del giornalista. Internet non è un “ordigno al plutonio” e a frequentarlo non sono “anime belle”. La rete è, appunto, un insieme di trame, di relazioni tra persone comuni. Un ordito tutt’altro che neutro, si obietterà (lo fanno benissimo Zambardino e Russo in Eretici Digitali), ma da cui è possibile comunque trarre un beneficio, anche solo in termini di pluralità dell’informazione (lo dimostrano i continui tentativi censori del nostro e di altri governi, che nella logica di Barnard non avrebbero alcun significato – perché censurare se non serve a nulla?). L’idea che internet sia un’arma è ripugnante perché comporta che chi dissente sia un bersaglio e chi è d’accordo un proiettile. Invece non ci sono “nemici” contro cui puntare Facebook: molto più semplicemente, si tratta di uno strumento in più, che non sostituisce ma si aggiunge alle Istituzioni esistenti e ai rapporti di potere che hanno creato. Uno strumento che, come spesso accade, dà (libertà di espressione) e allo stesso tempo toglie (riservatezza), sia a chi vuole utilizzarlo per arruolare il Paese in una guerra contro il Potere che alla massa, che ne brama il potere oppiaceo. Se non ci fosse stata la rete forse le energie dei primi sarebbero state utilizzate in un modo più proficuo? Forse i secondi avrebbero smesso di desiderare la loro dose di “videodipendenza” compulsiva? Forse, ma non per le ragioni portate da Barnard. Che ha ora, dopo aver scagliato il sasso, l’obbligo di non ritrarre la mano, e spiegare cosa esattamente gli “scribacchini dell’Antiqualcosa” avrebbero potuto fare (i distratti restano tali) oltre a ritirarsi nelle loro case e piangere. Senza fallire, naturalmente.

In sostanza, prendersela con i (sempre meno numerosi) tecno-utopisti non serve. Ciò che serve è una consapevolezza che ci consenta di utilizzare la tecnologia per veicolare la nostra umanità, e le competenze uniche di cui disponiamo. Chissà che in questo processo di scoperta non si finisca per imparare tutti un modo per costruire un mondo migliore.

14 pensieri su “La rete non è un’arma. Una risposta a Paolo Barnard.

  1. scusa, ma non sono d’accordo.
    tu dici che internet, facebook e blog sono solo strumenti, e il punto dell’argomentare di Barnard – almeno per come l’ho inteso io – non è che questi strumenti siano il demonio, ma che ci rendono saturi di informazione. talmente saturi che non riusciamo a muoverci concretamente, pur sapendo benissimo cosa c’è che non va.
    siamo arrivati al punto che se dei dipendenti occupano la loro azienda per rivendicazioni più che legittime, vengono additati come esempio pericoloso da non emulare. e non dal tg1, ma da un giornalista di Santoro…
    quello che penso, e che ho letto tra le righe dello sfogo di Barnard, è che abbiamo bisogno di reimparare ad AGIRE, perché ad indignarci davanti a un monitor siamo diventati bravissimi, ma purtroppo dobbiamo ammettere che non serve a nulla.

  2. Grazie per la riflessione, Elisa. E’ vero, dobbiamo imparare ad agire, ma non è vero che “indignarsi davanti a un monitor” non serve a nulla. E questo perché trovo che se “non riusciamo muoverci” non è perché siamo “saturi di informazione”, ma di disinformazione. Senza la rete tirare la linea sarebbe ancora più difficile di oggi. Senza le centinaia di persone che decidono tutti i giorni di dedicare ore a spulciare leggi e decreti, notizie che “non lo erano”, palle e ripensamenti dei politici pensi che la situazione del Paese sarebbe migliore? Io non lo credo. Credo che ci siano due mestieri differenti: quello di chi fa informazione e quello di chi fa l’attivista politico. Io adoro il primo e non sono un grande fan del secondo. Mi piace far riflettere, non far agire, anche perché non saprei che cosa di concreto si potrebbe fare, anche a monitor spenti, per cambiare radicalmente il nostro presente. Sit-in? Catene (viola)? Scioperi a raffica? Non mi sembra che la rete sia un impedimento. Anzi, ha portato in piazza (anche se per una causa insulsa e inutile) centinaia di migliaia di persone. Se l’attivismo è inattivo probabilmente dipende da cause molto più strutturali del “perdere tempo davanti al monitor”. Forse è il “Potere” stesso a essersi radicato così a fondo da rendere difficile anche solo concepire una protesta, come tu stessa dici nel caso del Tg1. Non lo so, non sono un’attivista. Se Barnard dice (come giustamente tu sostieni) che dobbiamo reimparare ad agire, ciò non comporta che dobbiamo spegnere i computer. Spegnere i computer significa dare un’arma in più a chi vuole strumentalizzare sia chi fa informazione che chi vuole agire. Meglio non rinunciarvi a cuor leggero.

    • “indignarsi dietro a un monitor” non serve a nulla nel momento in cui diventa l’unica “azione civile” che riusciamo ad attuare in massa. Ed è ciò che critica Barnard, dopo 15 anni di web l’unica evidenza è che i potenti sono sempre più potenti, e coloro che li combattono sono molto indignati. il passaggio successivo all’indignazione non sembra neanche essere vicino al realizzarsi. E credo che Barnard, come molti altri, all’alba del web avessero sperato in qualcosa di diverso.

  3. Ho conosciuto l’articolo di Barnard tramite un amico, ed ho conosciuto il tuo blog tramite una tua amica, quindi commento il tuo articolo (che condivido) con la stessa risposta che ho dato a quel mio amico:

    E se Barnard volesse lanciare una provocazione, più che invitare la gente ad abbandonare internet come mezzo di informazione e di scambio di idee? A volte ho l’impressione, vista la mia giovane età, di non riuscire bene a comprendere non solo i fatti e le realtà che mi circondano in modo più, o meno, manifesto, ma addirittura di non essere in grado di intervenire, nè di capire, le dinamiche che muovono le persone che di queste stesse realtà fanno parte.
    Se dovessimo accettare tutto quanto dice Barnard nel suo articolo per vero, senza considerarlo appunto una provocazione, ne conseguirebbe che la lotta civile è del tutto priva di senso, perchè se la gente non è in grado ci comprendere da sola e di trarre le proprie conclusioni dal mare di informazioni a cui ha accesso la democrazia non può esistere. Se la gente si muove più facilmente quando è spinta dai toni sensazionalistici e dalle grida di una canzone o di un leader carismatico, mentre dopo aver letto un pezzo, anche forte, sul web rimanea casa chiusa nel suo mondo, allora vuol dire che quella gente che a sentir lui anni fa ha fatto tante battaglie non le ha fatte perchè ci credeva, o perchè sapeva cosa stesse facendo, ma solo perchè si sentiva trascinata da un “contropotere” e parte di una forza nuova che ovviamente saziava qualunque spirito.
    Purtroppo però io penso, per la mia personale esperienza, che rivoluzioni non se ne facciano con la razionalità, ecco perchè internet ha fallito in questo senso, ma che se veramente si vuole creare un mondo migliore allora la differenza tra un mondo senza internet ed uno con internet è che in quest’ultimo chiunque può crearsi da solo le proprie opinioni, senza avere il bisogno di entrare perosnalmente in contatto con persone “forti” che possano fare da veicolo alle idee. Oggi è possibile che in un paese dominato da una mentalità razzista si formino delle coscienze antirazziste, e per far questo è sufficente che queste persone abbiano l’opportunità di sentire la voce dissonante dai cori a cui sono abituati, internet è una occasione in questo senso, ed è irrinunciabile.
    Poi, le persone che non hanno voglia di informarsi o di impegnarsi continueranno comunque nella loro vita apatica e vuota di sempre, e ritengo pura illusione pensare che una persona sia “cresciuta” solo perchè partecipa ad una manifestazione, o ad una rivolta, o ad una rivoluzione o a qualunque movimento che si proponga di cambiare il mondo, perchè un conto è essere una testa e pensare da soli a ciò che si crede, un altro è agire trascinati da un forte leader e da una massa che accende i cuori. Trovo del tutto indifferente che la causa per cui poi si scende in piazza sia giusta, una mente plagiata a fin di bene rimane pur sempre una mente plagiata, e le mille rivoluzioni del passato, quasi tutte fatte utilizzando le persone come braccia, e non come teste, per quanto importanti sono macchiate dallo sfruttamento per i propri scopi (che fossero nobili è irrilevante ripeto) di migliaia di persone da parte di quei leader che hanno cavalcato l’onda sperando di cambiare il mondo.
    Trovo inoltre sbagliata l’idea di un web dominato dai poteri forti che lo controllano, se è vero che spesso l’utilizzo di internet finisce con l’addormentare quanti ne usufruiscono è altrettanto vero che coloro che da esso si fanno drogare sono esattamente quanti fino a qualche tempo fa sarebbero rimasti in poltrona a guardare la (m)tv, o quanti ancora oggi considerano programmi di interesse culturale l’arena di domenica in o roba simile. Inoltre, visto il grado di complessità della rete, pensare che esso sia controllabile da qualcuno è del tutto sbagliato, si può cercare di distrarre l’attenzione da una idea drogando la gente con un bel culo e due belle tette, ma fino a quando ci sarà qualcuno che farà circolare l’idea sarà impossibile impedire a quanti vorranno di riuscire a conoscerla.
    Internet è un mezzo, un’opportunità, considerarlo di più di questo è sbagliato, esattamente come sminuire la sua importanza nella società moderna.
    E lasciare il suo controllo ai “nemici” di cui parla Barnard è ancora più stupido del drogarsi di fronte ad un bel culetto.
    Una persona che si unisce ad una causa senza capirla è un mercenario che può essere comprato facilmente da un’altra causa, è un robot; una persona che si unisce ad una causa perchè l’ha capita e la condivide può essere distolto da essa solo con una migliore. Internet va usato per diffondere ed informare, o contro-informare, o contro-contro-informare ecc…., non risolverà i nostri problemi, ma quello dipende solo da come noi usiamo le armi, non da chi le ha fabbricate.

  4. ti ringrazio per la risposta, Fabio, e devo rubare le parole dell’utente richicit per risponderti: “indignarsi dietro a un monitor” non serve a nulla nel momento in cui diventa l’UNICA “azione civile” che riusciamo ad attuare in massa.
    quello che contesto io, e che leggo nelle parole di Barnard, è che molta (troppa) gente trova conforto e sente di essere a posto con la coscienza dopo aver letto/ascoltato e assimilato una serie di informazioni, che magari di per sé sono anche utili, ma diventano anestetizzanti per il senso civico soprattutto a causa della loro mole inaudita (oltre a far perdere la capacità di filtrare ciò che è frutto di analisi rigorose e ciò che è fuffa… ma questa è un’altra storia).
    vedi, io sono d’accordo con te sul fatto che internet sia uno strumento prezioso, infatti sono qui ad usufruirne (anche per dialogare con te), ma c’è da ammettere che la maggior parte della gente lo usa in modo deleterio, convincendosi che il proprio attivismo inizi e finisca nella visione di qualche documentario su youtube o firmando qualche petizione online…
    non credo che la soluzione sia spegnere tutto, ma certamente c’è da reinventare un modo nuovo per rendere concreta la nostra azione (e rieducare chi crede di fare qualcosa cliccando “sono fan” sulla pagina facebook “contro la violenza alle donne”…), altrimenti finiamo per azzuffarci nei forum, mentre ci scippano i diritti fondamentali ratificando un trattato di Lisbona qualunque.
    quello che voglio dire, riassumendo, è che ritengo normale e giusto che ci siano ruoli diversi: chi si informa, chi studia, chi scrive e chi diffonde le notizie… ma è desolante vedere che non c’è nessuno che agisce, e una parte di responsabilità di questo sta proprio negli effetti soporiferi della rete.

  5. Paolo Barnard, per come la vedo io, è un uomo che ha la stoffa del buon giornalista ma l’ha sprecata per lanciarsi in annunci di golpe, critiche alla tecnocrazia sionista e altre amenità degne del 21 dicembre 2012 e dell’invasione rettiliana. Anche quest’ultimo suo sfogo è una summa delle peggiori dietrologie antiglobaliste.

    Per lui non esiste una società aperta composta da una fitta rete di interessi, spesso anche in contrasto tra loro (Stati nazionali, corporation, stampa, lobby e, perchè no, anche gruppi di pressione di cittadini). No, per lui esiste solo questa brutta macchina di Potere che ci condanna tutti alla stupidità (i più fortunati) o alla schiavitù (chi rifiuta l’alternativa-stupidità). E il dramma è che nel portare avanti queste sue idee a mio avviso molto (troppo) riduttive tira dentro tutto, persino Internet che ha invece dato prova di poter fare molto ANCHE per i cittadini (i blogger in Iran, gli aiuti per Haiti, la lotta contro la censura in Cina, ecc.).

    Il vero problema di Internet è che il populismo di alcuni genera adepti che poi magari vanno a dire, per esempio, che il Trattato di Lisbona è IL MALE senza neanche aver ascoltato un’altra campana per farsi un’idea più completa. O, peggio ancora, senza avere capito nulla della questione, ma difendendosi con un “sai, l’ha detto Barnard”.

    A questa gente (e a Barnard) replico con una saggia intuizione di Castells: “La liberazione politica più radicale per le persone sta nel liberarsi dall’adesione acritica a schemi teorici o ideologici per costruire la prassi sulla base della propria esperienza, servendosi di TUTTE le informazioni o analisi disponibili da una VARIETA’ di fonti”.

    • Il fenomeno del “è vero perchè l’ha detto Barnard” è certamente possibile e problematico, ma questo non riguarda Barndard, ma tutti quelli che lui stesso definisce “paladini dell’antisistema”, ed è il primo a cercare di evitare questo fenomeno. E quando parla di un tema come il trattato di lisbona lo fa perchè ha affrontato un’ampia documentazione, di cui mette a disposizione ampie sintesi, ed ammette repliche se documentate. Basta che vai a vederti i suoi video sul trattato.

  6. Elisa, per curiosità, quale sarebbe il giornalista di Santoro che ha etichettato l’occupazione dell’azienda come un esempio pericoloso da emulare? Sei sicura che non ti confondi con l’esponente leghista Castelli? Vedi, io ho paura di chi critica Internet e poi spara delle balle colossali.

  7. Comunque secondo me si dà troppa importanza ad un personaggio come Barnard, un tipo che sostiene la bufala del cattivissimo Signor Aggio, un tipo che ha scritto un articolo sul No B Day in cui affermava che il giro d’affari della Mafia- e quindi di Berlusconi-,immaginata semplicemente come un’organizzazione a se’ stante, senza nessun rapporto con la politica e l’alta finanza, quindi semplicemente con la lupara, era di 1 miliardo di euro. In sostanza con il suo articolo non faceva altro che relativizzare la protesta contro Berlusconi perchè secondo lui erano altri gli obiettivi su cui puntare- i soliti finanziarieri, immancabilmente massoni-. Naturalmente non ha speso una parola sullo scudo fiscale, sui tremonti bond, sull’ emendamento che permette ai privati di partecipare alle aste dei beni sequestrati alla mafia. Troppo facile prendersela con un indefinito Potere se poi concretamente si omettono un bel po’ di cosette e si avallano delle improbabili teorie complottiste.

  8. Elisa, ha parlato semplicemente del rischio della violenza, non in senso dispregiativo. Lui ha semplicemente descritto e dato voce a chi dice, senza remore, che potrebbe esserci questo rischio, e questo non penso che sia un modo per screditare i lavoratori che stavano occupando.
    Io ho interpretato le domande del giornalista non come giudizi morali, ma come un racconto puramente descrittivo.
    Se poi ci si scandalizza, a priori, della violenza, allora significa che si guarda a questi eventi dalla parte del padronato e di chi, come il governo, pensa che queste situazioni non siano importanti.
    Ciao, non volevo polemizzare, solo che spesso non capisco le lotte fratricide

  9. ciao Alessio, il punto è – secondo me – che per come sono state poste le domande e/o le osservazioni, la linea editoriale mi è sembrata “prego, dì pure la tua, ma io non sono d’accordo con il metodo che stai usando”, quando i protagonisti della vicenda non avevano usato violenza contro nessuno, stavano semplicemente occupando un’azienda come gesto estremo per ottenere risposte che stavano chiedendo da troppo tempo.
    per quello che si propone di fare un programma come AnnoZero (ovvero, in questo caso, dar voce a chi non ce l’ha), un atteggiamento come questo mi scandalizza, perché sminuisce il valore di una protesta sacrosanta.

  10. Elisa, non condivido il tuo punto di vista, mi sembra un po’ forzata la tua interpretazione.Il giornalista, a voler essere precisi, parlava del sequestro dei direttori, non ha fatto riferimento alla violenza in relazione all’occupazione dell’azienda, ha raccontato dei rischi, non ha etichettato come violento in sè chi occupava. Io comunque credo che la linea di condotta del giornalista sia stata puramente descrittiva, poi è logico che quando si parla del rischio della violenza si possano creare delle strumentalizzazioni, questo però non dipende dal giornalista che ne parla, ma dagli ascoltatori.
    La linea tenuta dal giornalista può essere interpretata anche in questo modo ” c’è il rischio della violenza, c’è il rischio che gli animi si surriscaldino, ma d’altronde non siete stati voi a creare questa situazione, voi state semplicemente difendendo, dopo essere stati presi in giro per anni e anche con mezzi che possono sembrare discutibili, il vostro posto di lavoro”.
    Un messaggio del genere, più che screditare i lavoratori, dovrebbe mettere in guardia chi in questi anni ha fatto il furbo.
    Ciao.

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