Comandare è fottere, certo. Ma la colpa è di Berlusconi.

Pier Luigi Celli decide di affidare a Repubblica una lettera indirizzata al figlio in procinto di laurearsi. Un accorato invito a lasciare il Paese, e costruire un futuro lontano dall’Italia. Il documento è tutt’altro che una vicenda personale. Vediamo perché.

Dopo aver tratteggiato il solito ritratto del figlio integerrimo, forte del suo “senso di giustizia”, della sua “voglia di arrivare ai risultati” e dell’idea “che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile”, Celli spiega che il motivo che dovrebbe spingere il neolaureando a espatriare è la mancanza di meritocrazia che affligge l’Italia:

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. […] Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility.

Del resto, è facile accorgersene: basta guardarsi intorno. Meglio andare “dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”. 

Su Marte, probabilmente. 

Ma a prescindere dalla visione idealizzata dell’estero, sono molte le critiche che possono essere mosse a Celli per il contenuto della lettera e per la sua intenzione di farne un caso pubblico. Si potrebbe chiedere allo scrittore e dirigente d’azienda quello che chiede “un blogger precario”, Simone Tagliaferri, che si è sfogato su Giornalettismo:

Lei vede un’Italia diversa da quella che aveva sognato, ma quanto ha fatto per cercare di renderla somigliante al sogno? Quante volte ha rifiutato il compromesso pur di non tradirla? Oppure, vista la posizione che ricopre, è soltanto uno di quelli che, arrivati a un’età veneranda avendo succhiato il succhiabile, ora sente la necessità di sentirsi un ribelle a un sistema di cui è uno dei mattoni? 

E constatare (amaramente):

Immagino che se suo figlio ottenesse una raccomandazione per qualche posto di prestigio, lei gli consiglierebbe di non accettarla. Immagino anche che farebbe nulla per favorirlo o per fargli ottenere un ruolo di rilievo in questa società che gli consiglia di lasciare, come nulla fanno tanti padri come lei che denunciano per poi farci trovare i loro ‘cari’ in mezzo ai piedi, lasciando agli altri solo le briciole.

Oppure si potrebbe ironizzare (sempre amaramente) sul fatto che l’autore di un intero manuale su come “fottere” il prossimo non trovi niente di meglio da consigliare, al proprio figlio, che lasciare la barca che affonda

O anche sul fatto che il figlio, se è tanto intelligente come dice Celli, di certo non aveva bisogno di una lettera simile per capire che in questo Paese la meritocrazia è un termine che non significa nulla.

A voler essere pignoli si potrebbe, da ultimo, ricordare a Celli che nemmeno i figli integerrimi sono perfetti, e che una parte della colpa per come vanno le cose è anche loro. 

Io, tuttavia, mi sento di proporre un ragionamento diverso, che pone l’accento non tanto su Celli, ma sul quotidiano romano. Perché Repubblica decide di dare risalto a una vicenda di questo tipo? Perché ha a cuore il tema della meritocrazia? Perché c’è un reale interesse per le sorti dei neolaureati? Oppure per le complicanze psichiatriche del fallimento sulla salute della classe dirigente (politica e imprenditoriale)?

Può darsi. Tuttavia, rileggendo la lettera, penso di aver trovato una chiave interpretativa diversa: Repubblica l’ha pubblicata perché vuole imputare tutte queste questioni al berlusconismo

Fateci caso. Si parla di una “società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili”; tutte caratteristiche dei berluscones. Si sottolinea il ruolo di veline e tronisti (anch’essi berluscones). Si indugia sul salvataggio di Alitalia (“questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio”), fortemente voluto dal Premier. Soprattutto, “questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti“. Vi ricorda qualcuno?

In sostanza, o questa lettera è soltanto lo sfogo di un fallito di successo (e allora non ha ragione d’essere, su un quotidiano nazionale a larga tiratura), oppure si tratta dell’ennesima strumentalizzazione di una vicenda umana drammatica per migliaia di famiglie italiane. 

Dato che non penso che a Repubblica siano degli sprovveduti, propendo per la seconda ipotesi.

Voi?

Aggiornamento [1 dicembre, 13:21]

Ne parlano anche Massimo Mantellini, Luca Sofri e Giuseppe Civati.

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15 pensieri su “Comandare è fottere, certo. Ma la colpa è di Berlusconi.

  1. “Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo.” Evidentemente non e’ cosi’ intelligente il figlio, se finire l’universita’ in tempo e'”molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo.”

  2. Ahem… tanto anonimo il blogger non è, visto c’è la firma in cima all’articolo 😀
    ho scelto di non firmare con nome e cognome direttamente nella lettera perché volevo che non fosse intesa come uno sfogo personale, ma che potesse essere letta nel suo senso generale e condivisa da chi si trova nella mia stessa condizione.

  3. Era tutto il giorno che mi chiedevo il motivo per cui Repubblica abbia pubblicato questa lettera (sui cui evito ogni commento…), ecco svelato l’arcano: propendo per la seconda ipotesi, rimproverabile perchè strumentalizzata!

  4. Fabio, di nuovo il dito e non la luna.

    Che lo scopo di “Repubblica” fosse quello di imputare al berlusconismo l’attuale situazione sociale italiana è praticamente fuori di dubbio. Ma è anche in gran parte vero, nel momento attuale in cui stiamo vivendo. Che il berlusconismo sia la rielaborazione e l’esaltazione di caratteristiche culturali preesistenti a Berlusconi è indubitabile, ma che Berlusconi sia arrivato incarnandole nel tipo peggiore di italiano sdoganandone i vizi ed elevandoli a simpatiche virtù è altrettanto certo, così come è osservazione banale che al momento il suo modello è quello che si è imposto.

    Non bisogna andare su Marte per trovare paesi con senso etico e civico più sviluppato di quell del nostro. Basta guardarsi intorno, leggere le classifiche internazionali su corruzione, libertà di stampa, fondamentali sociali ed economici, mobilità sociale. C’è sicuramente chi sta peggio di noi ma anche chi sta meglio. Esistono paesi che avendo una base culturale differente (principalmente l’anglosassone) dalla nostra permettono l’affermazione delle capacità individuali con un sistema differente di quello della semplice anzianità di servizio. Il che non vuol certo dire che vi è la società perfetta, solo una migliore della nostra, almeno nel valorizzare chi ha capacità individuale che non sia la furbizia, e non fargli attendere i cinquant’anni per poter metterle in mostra, ammesso che per allora non le abbia accantonate da parte per una più confortevole mediocrità. Qualche anno fa ho visto una bella inchiesta sulle università italiane e straniere. Sono andati alla Sissa a Trieste e chiedevano ai neolaureati dove sarebbero andati. Non uno (non uno!) ha risposto l’Italia. Tutti dicevano: ho mandato i curricula alla tale università (americana, inglese, tedesca, australiana) e mi hanno preso. Hanno chiesto: nessuno ha provato in Italia? Gli hanno indicato uno: lui ha detto che ha mandato il curricula ad una italiana, nemmeno gli hanno risposto. Regaliamo i nostri migliori laureati al mondo dopo averci speso sopra un sacco di soldi per formarli (il servizio parlava di 500,000 euro per ogni laureato della Sissa a fine corso), e siamo tra gli ultimi in Europa per % del Pil alla ricerca! Ma dove crediamo di andare?

    Quanto al commento sui figli integerrimi che non sono perfetti, certe tautologie io le eviterei. La lettera di Celli è una lettera aperta al paese, non certo al figlio, così come il suo libro è una satira di un sistema che lui denuncia da sempre, nella misura in cui può farlo chi ci si è mosso dentro. Qui si apre un altro campo molto interessante: per ottenere un cambiamento inun sistema, ha più senso entrare per cercare di cambiarlo da dentro, con la conseguenza inevitabile di farsene contaminare e portarne comunque il marchio, o attacccarlo standone fuori? Non ho ancora trovato una risposta soddisfacente, ma quello che ho notato è che inevitabilmente chi fa la seconda scelta non accetta mai la buona fede e gli sforzi fatti da chi ha cercato la prima strada, e la lettera di risposta di Simone ne è l’ennesima dimostrazione. La mia impressione è che questo scambio epistolare verte proprio su questo tema: ha senso ancora impegnare le proprie forze su un paese come l’Italia quando c’è di meglio a disposizione? Mi sembra che la lettera di Simone dimostri bene la tesi di Celli: non ha senso. C’è di meglio.

    Michele Gardini

  5. Fab, ha ragione Tagliaferri. La colpa è dei padri ma anche, se posso permettermi, dei figli che non li hanno ancora mandati a quel paese. C’è una sconsolante mancanza di rabbia nella nuova generazione (presenti esclusi eh…) e ci vorrebbe una di quelle lotte generazionali che sono l’essenza delle rivoluzioni. Anche se fosse per il peggio, anche per cause sbagliate. Ma buttateli giù, per favore.

  6. Rispetto la critica fatta nella replica ala lettera, ma sono d’accordo con Michele.Credo che sia sbagliato attaccare Repubblica e Celli in questo modo.Non mi dilungo perchè non avrei nulla in più da aggiungere a quello già detto da Michele.

  7. Mi permetto di segnalarvi un paio di articoli di Fare Futuro

    http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=3120&Cat=1&I=immagini/Foto%20O-Q/pierluigicelli_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=L%E2%80%99analisi&Tipo=&Tag=

    http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=3111&Cat=1&I=../immagini/Foto%20U-Z/youngpeople1.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Il%20Corsivo&Codi_Cate_Arti=44

    Oltre al punto di vista analogo a quello di questo blog, secondo me è notevole il taglio dato al secondo articolo che mi fa pensare ad un’altra considerazione: ma un ragazzo che, su definizione del padre, è venuto su bene e con il valore della solidarietà e dell’onestà, se trova da lavorare, non dovrebbe fermarsi a ricostruirla questa Italia? Forse che, scappando da questo paese indegno di essere vissuto, non ne diventerebbe forse un co-artefice? In questo consiglio del padre c’è davvero troppa ipocrisia.

    Chiedo scusa per essermi dilungato anche io sul dito ma, in fondo, della luna si parla già abbastanza 😉

    • Capisco che chiamandosi Fare Futuro ci si senta in dovere di confutare le affermazioni di Celli. Ma se lo si facesse mettendo in campo qualche argomento, invece di buttarla nella semplice presa di principio o nella critica personale, forse si avrebbe maggiore credibilità.

      Della luna si parla sempre poco. Il giornalismo in Italia (di qualcunque colore sia) è in gran parte occupato a guardarsi l’ombelico. E purtroppo anche il mondo blog si sta incamminando su questa strada. Sempre più spesso gli articoli che leggo sono critiche a quello che ha scritto qualcun altro. Analisi originali, inchieste, approfondimenti diventano sempre più rari. Ecco un altro buon motivo per dare ragione a Celli. L’Italia è un cane che corre in tondo.

      Michele Gardini

  8. La lettera aperta di Celli mi era piaciuta molto anche se, scritta da un dirigente RAI nonche’ direttore della LUISS, non risultava completamente credibile. MA tant’e’ – mi ero detto – a volte si puo’ considerare l’opera (in questo caso, la lettera) indipendentemente dal suo creatore (cioe’ Celli), un po’ come si fa con quei cantanti rock miliardari con villa al mare che pure riescono a cantare canzoni sul disagio giovanile e in cui i giovani disagiati (per l’appunto) si riconoscono.
    Poi e’ arrivata la lettera ‘colorita’, ma validissima, di Simone. Quella lettera sottolinea una caratteristica dell’ Italia a dir poco inquietante: nella nostra nazione, lamentarsi e’ diventato un privilegio goduto da persone che non avrebbero motivo per farlo. Paradossi del Bel Paese! Eppure, e’ cosi’. Colpa del Berlusconismo? Ne dubito. Se e’ vero che per fare carriera dentro certe aziende devi conoscere, affidarti e ‘affiliarti’ a certi personaggi, per fare carriera dentro altre istituzioni (per esperienza personale mi viene in mente l’universita’) devi comunque fare leva sulla conoscenza di uomini con barba lunga e giacca di velluto a costine o donne senza trucco con l’aspetto austero da intellettuale. Questi ultimi saranno di idee politiche completamente opposte a quelle dei primi, ma entrambi condividono la modalita’ di ‘selezione e promozione del personale’, se cosi’ posso dire. In Italia, le raccomandazioni e la mancanza piu’ imperdonabile di meritocrazia vengono abbracciate sia a destra che a sinistra. Tanto che non e’ piu’ neppure un problema politico, di destra e sinistra appunto, ma sociale, quasi antropologico. Aldila’ della politica e dei partiti, in Italia vieni premiato non per cio’ che sei, ma per il cognome che porti o le amicizie altolocate che sei riuscito a ‘guadagnarti’. In questo modo, si perpetua un sistema sociale tutt’altro che liberale, essendo basato su principii non molto diversi da quelli feudali. Ha quindi senso imputare il peso di questa secolare ‘tradizione’ italiana all’ultimo duce o re folle salito al trono per decreto popolare? Ne dubito, e Fabio ha ragione a analizzare le motivazioni non apparenti di Repubblica. Avessimo avuto un governo di sinistra, si sarebbe pubblicata una lettera apaerta che denuncia la mancanza di meritocrazia in Italia? Chissa’…
    Ma, per venire al sodo, qual’e’ la soluzione di questo pasticciaccio, il bandolo di una matassa che grava sulla Penisola da tempo immemore? Fabio parla di ‘idealizzazione’ della terra straniera, di una quasi ingiustificata esterofilia degli Italiani. Ha ragione, anche se molto spesso gli italiani non idealizzano tanto le nazioni estere ma quello che faranno loro all’estero, come se un italiano emigrato debba avere tutte le porte spalancate in virtu’ del suo essere italiano e basta (e qui’ non vorrei dilungarmi troppo sulla ‘presunzione’ degli italiani all’estero, una caratteristica che ho sotto il naso praticamente tutti i giorni).
    Io ho scelto la strada della ‘fuga’ e abito in Inghilterra da ormai quattro anni. Devo ancora capire dove mi portera’ questa strada, ma al momento sono abbastanza soddisfatto di quello che faccio e di come ho imparato a vedere le cose in maniera diversa. Non dico che ‘fuggire’ sia l’unico rimedio ai mali che affliggono l’Italia. Ma del resto, perche’ rischiare di ‘infettarsi’, come dice il sig. Michele Gardini, in una Nazione malata?
    Noto che tutte le volte che si parla del dilemma dei giovani Italiani (partire o restare?) lo si fa in termini assoluti, soprattutto quando si considera il fattore temporale. In altre parole, chi parte per l’estero viene accusato di codardia, di abbandonare la nave che affonda e di gettarsi alle spalle la propria terra. Io la vedo diversamente. Non e’ detto che una partenza debba essere definitiva. Non e’ detto che chi parte non debba, un domani, ritornare. Ho trent’anni, sono laureato in Italia e il prossimo anno (credetemi, dopo tantissimi sacrifici) comincero’ un PhD in un’universita’ inglese – a distanza da cinque anni dalla mia laurea, anni in cui ho dovuto imparare che, per me, le porte non erano spalancate solo in virtu’ della mia (presunta) formazione e della mia bella laurea italiana, ma che dovevo mettermi sotto a rimboccarmi le maniche e, soprattutto, imparare imparare e imparare, e non smettere mai di farlo. Detto questo, ho abbandonato la nave che affonda? Mi sono gettato alle spalle la mia terra? Ma neanche per sogno. Non ho mai pensato di abitare in Inghilterra, o comunque all’estero, per tutta la vita e il mio futuro lo vedo comunque in Italia. Dovessi reimpatriare anche fra dieci anni, quarant’anni non e’ esattamente l’eta’ della pensione e c’e’ molto da fare, da costruire e da cambiare per giovani e gagliardi quarant’enni volenterosi. Un po’ come e’ successo con le universita’ spagnole, che negli ultimi anni hanno visto il rientro di massa di una generazione di cervelli in fuga che durante il decennio scorso abbandono’ (temporaneamente) la Spagna per andare a fare ricerca in Inghilterra o negli USA. Ebbene, cosa e’ successo? Che tutti quei cervelli in fuga sono ritornati in patria, con alle spalle anni di ricerca in istituzioni prestigiose e liste lunghe cosi’ di pubblicazioni. Sono ritornati, dunque, e hanno ricostruito le universita’ spagnole da cima a fondo, universita’ che adesso sono piene di docenti che hanno un piede in Spagna e un piede altrove, formatissimi, aggiornatissimi e con una forma mentis lontana dalle logiche feudali. Partire, per poi ritornare, significa essere codardi? Non penso, e basta tenere a mente che partire non significa ‘partire per sempre’ per accorgersene.
    Forse la partenza temporanea (durasse anche venti o trent’anni) con conseguente ritorno e’ la vera cura di questo organismo malato che e’ la societa’ italiana. Il sig. Gardini fa uso di metafore mediche per descrivere l’ Italia, metafore che sottoscrivo e abbraccio pienamente. Eppure, quando un organismo e’ malato, non lo si cura forse attraverso la somministrazione di sostanze che sono esogene all’organismo stesso? Cio’ vuol dire che, in un certo senso, la cura viene ‘da fuori’.

    Vincenzo.

  9. Interessanti spunti di riflessione Vincenzo. Partiamo dall’ultimo: il mio professore di medicina interna ci disse: toglietevi l’illusione di curare. Voi non curate, voi aiutate un corpo a guarire, che è diverso. Per guarire il corpo deve possedere difese proprie, le si può supportare e potenziare con le cure mediche (o, secondo i cultori delle discipline omeopatiche, rinforzare tramite similia), resta il fatto che il corpo deve rispondere. Qui nasce il problema: a me non pare che in Italia esista un corpo disposto a difendersi. Il paragone che fai con la Spagna è stuzzicante. Ma la mia impressione, leggendo la storia del nostro paese, è che in Italia da moltissimo tempo i cambiamenti, anche quelli apparentemente più drastici, sono più formali che sostanziali. Alla fine questo rimane il paese in cui per dirla alla maniera del Gattopardo, periodicamente si cambia tutto perché non cambi nulla. Cambiano le facce, cambiano i nomi, i simboli, ma rimane una cultura di base che non cambia da quasi un millennio: scarsa mobilità sociale, insofferenza delle regole condivise, mancanza di senso civico ed individualismo che certo, nel passato ha contribuito a far nascere grandissime individualità, ma che al giorno d’oggi diventa solo ricerca della sistemazione sicura. A mio vedere, la causa principale di questo immobilismo e tendenza alla conservazione lo si deve cercare nei molti secoli di dominazioni straniere, e negli ancora più secoli di dominazione religiosa. Sarà un caso che la svolta di cui parli in Spagna coincide con la radicale svolta laica di Zapatero? Secondo me non lo è per niente…

    Io la mia parte ho provato a farla. Modesta certo, ma ci ho provato. Ho tentato e tenterò ancora di fare qualcosa, sia per cercare di dare un contributo diretto ad una inversione di tendenza, sia nell’aprire gli occhi alla gente sulle conseguenze di questa situazione a lungo termine. Il problema è che nel passato chi ha seguito questa strada quasi sempre si è preso del menagramo e del disfattista prima, dello sciacallo e dell’opportunista poi. E non sono sicuro di avere le spalle abbastanza larghe per questo. Soprattutto, non sono affatto sicuro che ne valga la pena.

    Quando un palazzo comincia a scricchiolare, dopo che ho cercato di puntellare ed avvertire tutti del pericolo, posso solo uscire prima che mi travolga. Altrimenti divento solo un numero nella conta delle vittime.

    Michele Gardini

    • Caro Michele,

      ancora una volta sono d’accordo con te sull’impossibilita’ di curare un organismo che non reagisce, o che non vuole reagire. Piuttosto, come dici tu, un corpo non si cura ma si aiuta a guarire. (In questo senso, credo che originariamente la pratica medica fosse intesa non solo come studio della malattia, ma anche e soprattutto come studio del corpo sano). Tuttavia rimango dell’idea – forse non troppo distante da cio’ che succede nei corridoi di un ospedale – che quando un corpo e’ veramente ‘perduto’, quando le sue difese immunitarie non lo sostengono piu’ (o addirittura gli si rivolgono contro) allora si da il via libera a assunzione di farmaci, ‘tagli’ chirurgici, tubi che entrano e escono da tutte le parti; in poche parole, si da il via a quegli interventi esogeni, ‘dal di fuori’, di cui parlavo prima. Ovviamente non sono ne’ un medico ne’ un infermiere e cio’ che ho scritto era solo per cercare una continuita’ con la tua metafora (che trovo efficacissima).

      Mi citi anche il Gattopardo, proprio a me che sono Siciliano e che ho bene a mente cio’ di cui parlava Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Quello che ieri valeva per la Sicilia, oggi ahime’ e’ dominante su tutto il suolo nazionale, a dispetto dei facili cliche’, dei pregiudizi e dei luoghi comuni. Milano piu’ meritocratica di Catania? Ma quando mai, e ne sanno qualcosa i miei coterannei che hanno inseguito l’illusione del Nord per poi ritrovarsi emarginati da una societa’ ancora piu’ chiusa di quella siciliana e con non piu’ che un pugno di mosche.

      Ovvio, poi, che le cose in Spagna sono cambiate grazie alla svolta laica di Zapatero, per quale altro motivo altrimenti? Eppure, cosi’ come Berlusconi (o chi per lui) e’ solo la punta dell’iceberg del male Italiano (in fondo e’ stato eletto per decreto popolare), cosi’ anche Zapatero, nella sua persona, e’ solo la manifestazione evidente di un processo di cambiamento sociale che gli ha consentito di operare la sua svolta. In altre parole, non e’ Zapatero che ha operato la ‘svolta’, ma e’ stata la ‘svolta’ (in un senso profondo del termine) ‘che ha reso possibile’ il fenomeno Zapatero.
      (Sottolineo anche che, personalmente, non credo che i rapporti di causa siano cosi’ facilmente determinabili e unilaterali; non credo cioe’ che si debba parlare di O ‘Zapatero-quindi-svolta’ OPPURE ‘svolta-quindi-Zapatero’. Credo che le cause siano molteplici, si influenzino e codeterminino a vicenda, ma in questo caso, ‘per amore di discussione’, sto solo cercando di fornire un punto di vista alternativo, che a mio avviso merita considerazione, e pertanto non mi dilungo su queste riflessioni ‘epistemologiche’ poco attinenti alla discussione su un blog (e anche per evitare virgolette e parentesi di cui, come avrai notato, sto facendo un uso imperdonabilmente eccessivo)).
      Dunque, per tornare a bomba, perche’ gli spagnoli decisero di favorire un Zapatero anzicche’ un ‘Berluscones’? E perche’ loro hanno deciso di fare cosi’ e cosa’, riuscendo a spezzare il ciclo di una tradizione mediterranea non meno pesante di quella italiana (con tanto di secoli di dominazione religiosa)? Ce ne sarebbe da riflettere…

      Sara’ che continuo a pensare che quando in una stanza c’e’ aria consumata, basterebbe aprire porte e finestre e fare entrare l’aria da fuori. Non bisogna essere studiosi di termodinamica o statistica meccanica per appurare il fatto che un ‘sistema chiuso’ e’ condannato inesorabilmente all’entropia, e quindi alla morte termica, e quindi all’immobilita’ e degenerazione.

      Il mio punto e’ che la cosa piu’ importante che puo’ venire da uno scambio con le nazioni estere e’ qualcosa di fondamentale e basilare: il desiderio. Si desidera cio’ che si vede, ma se si vedono sempre le stesse cose, come si puo’ cominciare a desiderare qualcosa di nuovo? Ritorno al mio esempio delle universita’ spagnole: tutti quelli che si erano laureati in Spagna per poi andare a fare ricerca all’estero, hanno avuto la possibilita’ di vedere nuove cose – nuovi modi di insegnare, nuovi modi di fare ricerca, nuovi modi per fare carriera – cose che non hanno mai visto prima e che, bhe’, hanno cominciato a desiderare. Anche loro volevano quelle cose che non hanno mai visto prima, le hanno desiderate, le hanno ottenute e, tornati in patria, le hanno fatte vedere anche a altri.

      Certo, il mio e’ un discorso larghissimo, altissimo e idealissimo, quindi quasi inutile. Nella realta’ quotidina, nel vai-e-vieni di tutti i giorni, bisogna stringere i denti, andare avanti col buono e col cattivo tempo, magari beccarsi anche le accuse di disfattismo o jettatura a cui tu alludi (e che io conosco benissimo). Io mi sono fatto sordo gia’ da tempo e ho ripiegato in un quieto individualismo. Paradossalmente, mi sento molto piu’ ‘altruista’ e ‘socialmente impegnato’ adesso che non prima, e cioe’ da quando sono diventato cosi’ individualista, a volte quasi egoista. Perche’ se io sono soddisfatto, se io sono felice, allora la mia soddisfazione e la mia felicita’ ‘si vedono’, e altri (ma non per forza) possono anche cominciare a desiderare quella mia visibile soddisfazione e felicita’. Dal momento che non possiamo cambiare il mondo – ne’ tanto meno una penisola! – sono giunto alla conclusione che il ‘dovere’ piu’ alto e piu’ nobile che abbiamo nei confronti degli altri sia prima di tutto il nostro stesso benessere.

      Vincenzo.

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