Come se non bastassero i ripetuti attacchi da parte del governo, anche Marco Gorra su Libero di oggi (pagina 7) firma un articolo infuocato contro gli utenti della rete, intitolato La politica in mano al bar sport Internet.
Nel pezzo si parla di un fantomatico “popolo web” che “corre a dare manforte al blog di Tonino Di Pietro, che si iscrive in massa al partito di Beppe Grillo”, “che organizza manifestazioni, che padroneggia i social network”. Colpa di questo “agglomerato indistinto di radicalismo, qualunquismo, settarismo, massimalismo” se l’opinione pubblica è allo “sfacelo”: più precisamente, di quel perverso meccanismo che fa sì che ciò che scrive un blogger (“la fichissima qualifica neologista”) “dal computer della sua cameretta” sia “innalzato al rango di opinione“.
Conclusione: “il minimo comune denominatore del popolo del web è questo: l’innata cialtronaggine. Il pressapochismo statutario, la faciloneria costituzionale“. In sostanza, una “ignoranza abissale“.
Gorra ha ragione: un blogger non avrebbe mai potuto scrivere un capolavoro di analisi sociologica come il suo pezzo. Che mette i social network in mano al dipietrismo, quando un sondaggio di SWG Trieste mostra come soltanto il 37% degli utenti voti sinitra/centrosinistra, mentre il 39% è un elettore della maggioranza di governo. Costringendo perfino Carla Conti del Secolo D’Italia a dire: “i social network non sono roba per comunisti”. Che dipinge un Paese virtuale, abitato (deduco, da “ignorante abissale”) da entità digitali, completamente separato da quello reale, come se chi frequenta la rete fosse una manica di pazzi, sovversivi, estremisti e non comuni cittadini. Che s’indigna perché quella dei blogger viene addirittura considerata “opinione”, come se scrivere su un giornale come Libero desse automaticamente maggiore dignità e autorevolezza a ciò che si dice (la logica, è sempre la mia ignoranza a costringermi a notarlo, è quella dell’ipse dixit - non propriamente il primo comandamento di un giornalista). Caro Gorra, in democrazia le opinioni valgono tutte allo stesso modo, e sono i cittadini a decidere quale peso attribuirvi, e non il governo o i media. Pensi quanta fatica mi costi, in questo momento, eppure faccio lo sforzo di equipararmi a lei. Sarà la mia “innata cialtronaggine”, o la “faciloneria costituzionale”.
Questa è la fine comprensione dei meccanismi della rete di chi vorrebbe “regolamentarne” la libertà di espressione tramite filtri e bavagli. Di chi strumentalizza ad arte Facebook per creare lo scandalo del giorno e poi si scandalizza se “chiunque può dire ciò che vuole e come vuole (quale misfatto) e in poche ore si ritrova a capo di una tribù telematica che vomita insulti sul nemico di turno”. Gorra, ha mai pensato che se quotidiani come il suo evitassero di sbattere in prima pagina ogni scemenza trovata in rete quelle tribù sarebbero poco più che comunità di recupero per emarginati digitali (e reali)? Sa che, ad esempio, il gruppo “Uccidiamo Berlusconi” dall’ottobre 2008 (prima data in cui se ne sente parlare) al 21 ottobre del 2009 (giorno in cui Cristiano Gatti de Il Giornale fa scoppiare la polemica a livello nazionale) era passato da poco più di duemila a dodicimila iscritti, e che soltanto dopo essere finito su tutti i telegiornali è arrivato in pochi giorni a quota 35 mila? Chi ha nutrito la “tribù”? I blogger o chi, come lei, l’informazione la fa di mestiere?
E da ultimo no, Gorra: Matteo Mezzadri non ha trovato “gente per piantare una pallottola in testa a Berlusconi”, ma la fine della sua carriera politica.
Tenete a mente tutto questo, miei ipocriti lettori, mie sembianti digitali, miei amici, per i giorni (difficili) che verranno.







