Io non so se nel Pdl se ne rendano conto, ma all’alba del 2012 uscirsene con frasi come «Oggi, dopo diciotto anni siamo qui ad annunciare la nostra discesa in rete convinti che la rete sia la nuova agorà un formidabile luogo di incontro» (Silvio Berlusconi) o «Da oggi l’Agenda Digitale è un tema centrale nel nostro programma politico, dalla rete possono nascere migliaia di opportunità di lavoro e grazie alla rete possiamo dare un nuovo importante impulso all’economia italiana» (Angelino Alfano) suona come una terribile ammissione di arretratezza e, allo stesso tempo, colpevolezza.

Nel senso: finora, cari vertici del Pdl, come avete fatto a non accorgervi della centralità di Internet? Dove eravate mentre il mondo, oltre a ripetere l’ovvio (la rete è di una «nuova agorà», un «formidabile luogo di incontro», un «importante impulso all’economia»), ha iniziato per esempio a chiedersi se davvero più Internet significhi immediatamente più democrazia (o se al contrario, date certe condizioni, possa rafforzare i regimi autoritari); se il potere non si sia concentrato eccessivamente e in modo sregolato anche sul web (e di conseguenza la politica non debba intervenire per combatterne gli abusi), se la presenza online dei partiti si traduca davvero maggiore partecipazione dei cittadini o solamente in maggiori dosi di propaganda?

Domande a cui segue, a mio avviso, un’altra ammissione implicita: finora non abbiamo nulla (o almeno: non abbiamo fatto abbastanza) per la rete. Perché altrimenti dire che «da oggi l’agenda digitale è un tema centrale nel nostro programma politico»? Da oggi? Ma se esperti e società civile hanno passato almeno gli ultimi due anni a cercare di farvi capire in tutti i modi quanto fosse importante, mentre eravate al governo! Allora niente, però. Anzi: l’allora ministro Romani faceva il gradasso, parlando di miliardi di investimenti che poi sono spariti nel nulla e di una fantomatica agenda digitale già stabilita (dunque l’errore in quel da oggi è doppio) che tuttavia è rimasta impalpabile a sua volta. Il tutto mentre palpabilissima era la minaccia dell’omonimo decreto che rischiava di trasformare Internet in una grande televisione. E palpabilissime erano le conseguenze nefaste del decreto Pisanu sulla diffusione del wifi.

In altre parole: bisognava davvero aspettare il 2012 per proclamare solennemente la «discesa in rete» dell’ormai attempato Berlusconi e dei suoi? Non mi si fraintenda: non che questa «rivoluzione digitale del Pdl», come la chiama Alfano, sia sgradita. Anzi. Il nuovo sito ha funzionalità interessanti (per esempio le pagine che raccolgono tutte le presenze online di deputati, eurodeputati e senatori); l’idea di una ‘Political Digital Academy’ è ottima, e potrebbe magari risparmiarci ulteriori leggi impresentabili contro cui gridare al bavaglio e alla censura – a volte magari tirandole un po’ per i capelli – per disinnescarle. Allo stesso modo, visti i ritardi oramai arcinoti dell’Italia sull’argomento, ben venga anche l’impegno di dare centralità all’agenda digitale.

Ma davvero, l’impressione è che tutto questo avrebbe potuto avvenire, se non proprio nel 1994 – quello sì che sarebbe stato rivoluzionarioalmeno nel 2001. Invece, dopo 18 anni in cui Internet è stata considerata prima di tutto una minaccia all’impero televisivo, un covo di bugiardi, mascalzoni, odiatori di professione e «pericolosi sovversivi» (cit), arriva la discesa in rete, luogo di libertà, dialogo e sviluppo economico. Ecco, mi si consenta almeno questo elementare esercizio di memoria, prima di augurare al partito di mantenere – questa volta per davvero – i buoni (e giusti) propositi.

In questi giorni ho chiesto su Twitter ad alcuni parlamentari di prendere posizione sull’emendamento Fava, l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio alla rete nel nome della tutela del diritto d’autore. Come spiegano i giuristi Guido Scorza e Bruno Saetta, si tratta di una vera e propria SOPA all’italiana, con rischi paragonabili in termini di libertà di espressione dei cittadini digitali e di promozione dell’innovazione nel Paese.

Le risposte che ho ricevuto aiutano a comporre il quadro dell’opposizione in Aula al provvedimento:

Antonio Palmieri (Pdl) e Club della Libertà

Paolo Gentiloni (Pd).

Roberto Rao (Udc).

Vincenzo Vita (Pd).

Vita ha poi voluto precisare con un duro atto di condanna dell’emendamento sul suo blog. E rispondendomi nuovamente:

Se si aggiungono le opposizioni altrettanto nette dei finiani del Futurista e Libertiamo, oltre che dei deputati Fli Della Vedova e Perina, e dei Radicali, non restano che la Lega e i Responsabili di Popolo e Territorio (di cui non mi risultano dichiarazioni in merito). Oltre al Pdl, naturalmente: perché non è affatto detto che la posizione di Palmieri (e di Roberto Cassinelli, che mi ha assicurato via mail che voterà per l’abrogazione dell’emendamento Fava) sia quella del partito.

Per questo ho da poco posto due ulteriori domande:

Attendo le risposte.

Update. Gianni Fava ha risposto:

 

1. Non mi è chiaro che fine faranno i file non illeciti immagazzinati sui server del sito di file sharing. La chiusura imposta dall’Fbi ha tenuto conto dei diritti dei cittadini digitali che usavano il servizio in modo legale?

2. L’Fbi usa per Megaupload il termine «Mega-cospirazione». Lo stesso termine che Julian Assange, nel 2006, utilizzava per definire organizzazioni come l’Fbi. E in effetti entrambe (stando all’accusa) fondano il loro potere sulla segretezza delle informazioni scambiate. Con una differenza: quando l’Fbi intercetta le mail di Megaupload per sventarne il presunto sodalizio criminale, scattano le manette per gli accusati. Quando sono membri delle autorità statunitensi  (penso a Bradley Manning, naturalmente) a fornire documenti che rivelano presunte azioni criminali al loro interno, le manette scattano per gli accusatori.

3. I gestori del servizio non erano esattamente degli attivisti per la libera espressione. Tra le accuse (documentate a suon di mail intercettate dalle autorità, come detto) si parla di riciclaggio di milioni di dollari ottenuti come frutto del traffico illegale dei file, di migliaia e migliaia di dollari dati a utenti come ‘paga’ per postare contenuti in violazione del diritto d’autore (contenuti che gli stessi gestori avrebbero invitato a postare, pur sapendo fossero illeciti), si dettagliano conti bancari milionari nelle Filippine, a Hong Kong, a Shangai, in Nuova Zelanda, a Singapore come risultato di attività illegali (compresa la non rimozione di contenuti segnalati come illeciti). E tra i beni confiscati ci sono schermi Lcd a 108 pollici. Ma anche Rolls-Royce, Maserati, Cadillac, Mercedes Clk. Con targhe come: «Stoned», «Weed», «Guilty», «Hacker». E «V», come quella della ‘Vendetta’ di Alan Moore – e di Anonymous. Tutto lecito? Lo stabilità la giustizia. Ma il profilo personale che emerge dalle conversazioni intercettate e dall’impiego del denaro guadagnato fa intuire che il motivo dell’esistenza di Megaupload fosse fare (tanti) soldi, più che promuovere il libero scambio di idee e prodotti culturali.

4. Ciò detto, il problema della libera espressione resta. Per quanto detto al punto 1, ma anche per quanto scrive Paolo Brini, attivista ed esperto di diritto d’autore online, nella mailing list del centro Nexa: «Le “autorità” americane, all’indomani della protesta contro SOPA e PIPA, ricevono una tiratina di guinzaglio e sequestrano tutti i server di MegaUpload in Virginia, in 4 diversi datacenter, in assenza di un processo preliminare e in assenza del mandato di un giudice (ordine di un procuratore federale, e come ho scritto e riscritto in passato l’amministrazione Obama ha messo nelle posizioni chiave del Dipartimento di Giustizia, inclusa la carica di Vice Procuratore Generale, cinque  avvocati della RIAA)». E ancora: «Questa azione dimostra anche che le autorità americane non hanno bisogno di leggi come SOPA e PIPA per agire con sequestri indiscriminati in assenza di un mandato di un giudice, e spero aprirà gli occhi a coloro che ancora si illudono che gran parte del DoJ non sia completamente controllato dall’”industria del copyright”». Ma non solo:

Dimostra altresì quale potrà essere la realtà se continueremo a tollerare, anche nell’Unione Europea, le menzogne e falsità prive di qualsiasi riscontro oggettivo e non supportate da nessuna analisi scientifica che l’industria del copyright continua a diffondere.

5. La reazione di Anonymous è senza precedenti, e fa capire che il futuro della governance di Internet si sta giocando ora come forse non mai. E se ricorrere ad attacchi Ddos non è esattamente la tattica più ortodossa del mondo (la usano in modo massiccio i regimi autoritari per reprimere il dissenso politico, per esempio), può servire per diffondere consapevolezza – e subito – del problema a larghi strati della popolazione digitale. Si è percepita in questa azione coordinata e di massa da parte degli Anon un senso di urgenza ma anche di frustrazione: per quanto si protesti (come per SOPA/PIPA), pare che governi e lobby continuino ad alternare bastone e carota, facendo un passo indietro e due avanti. Se l’impostazione resterà questa, lo scontro non potrà che acuirsi. E non è detto che il risultato non sia un controllo perfino maggiore. E’ importante dunque che siamo noi tutti a chiedere, con gli strumenti che ci fornisce la democrazia, che la soluzione dei problemi posti dallo sviluppo di Internet non contrasti con la tutela dei nostri diritti fondamentali. Solo così si potrà trasformare una guerra informatica in maggiore trasparenza e controllo da parte dei netizen sugli abusi di potere in rete.

Il 18 gennaio migliaia di siti in tutto il mondo ‘scioperano’ contro SOPA e PIPA. Aderisco alla protesta per quattro ragioni.

1. Perché i due disegni di legge, discussi rispettivamente al Congresso e al Senato degli Stati Uniti, ripropongono l’ormai noto schema secondo cui per proteggere il diritto d’autore online è lecito mettere in atto misure che limitano (direttamente o indirettamente) la libertà di espressione in rete. E’ già avvenuto in diversi Paesi, tra cui Francia, Inghilterra e Spagna, e le lobby dell’intrattenimento ci hanno provato anche in Italia (per fortuna senza successo). Scioperare contro SOPA/PIPA è l’occasione per dire forte e chiaro che non è ammissibile sacrificare le libertà fondamentali dei cittadini digitali in nome del copyright.

2. Perché è un’occasione per far comprendere a chi ci governa che la tutela del diritto d’autore è un problema non certo urgente come quello di difendere i diritti umani dei netizen, sempre più minacciati nei regimi autoritari come nelle democrazie. Nel bilanciamento tra difesa del copyright e della libera espressione non solo è la seconda istanza ad avere precedenza, ma è anche quella la cui protezione richiede maggiore urgenza. Governi e multinazionali, invece di promuovere leggi come SOPA e PIPA, si preoccupino di impedire, efficacemente e subito, l’esportazione di tecnologie occidentali per la sorveglianza digitale ai dittatori che li usano per monitorare, identificare e compiere abusi e violenze sui dissidenti e le voci libere di tutto il mondo.

3. Perché anche se il voto su SOPA è stato rimandato a data da destinarsi (notizia per cui manca peraltro conferma ufficiale – mentre ufficiale è la volontà del promotore della legge, Lamar Smith, di riprenderne l’esame a febbraio), e perfino la Casa Bianca e i suoi sostenitori si oppongono alla previsione, contenuta nella norma, di filtri che impediscano l’accesso a siti ritenuti in violazione del diritto d’autore, resta in vigore il resto dell’impianto liberticida. Inoltre, nessuna di queste retromarce è attualmente prevista per l’iniziativa gemella, PIPA, che resta dunque una minaccia per il libero web da scongiurare al più presto.

4. Perché è importante mostrare che, quando ne è minacciata la libertà, i cittadini digitali sono in grado di alzare la voce tutti insieme, e pretendere che la governance della rete non si traduca in un abuso di potere indiscriminato di chi la abita e le dà vita. Perché gli abusi si possono perpetrare soltanto e fino a quando sono coperti dal silenzio di chi li subisce. Riprodurlo in maniera paradossale, con un auto-oscuramento di 12 ore, è il modo migliore per levare un urlo corale e allo stesso tempo completamente privo della retorica di chi urla. Ma anche dedicare quello stesso lasso di tempo unicamente a condividere riflessioni sui rischi derivanti da SOPA e PIPA è una buona strategia per far sentire la propria voce in maniera informata.

Se queste ragioni vi convincono, potete unirvi allo sciopero contro SOPA e PIPA seguendo le istruzioni sul sito sopastrike.com.

«Che siamo semplici utenti di tecnologia, investitori in compagnie tecnologiche, impiegati o dirigenti di aziende che hanno a che vedere con Internet, pubblici ufficiali o burocrati governativi di medio rango, abbiamo tutti la responsabilità di fare ciò che possiamo per prevenire l’abuso di potere digitale, ed evitare di abusarne noi stessi. Abbiamo la responsabilità di rendere responsabili coloro i quali abusano, i loro facilitatori e collaboratori. Se non lo facciamo, quando un giorno ci sveglieremo e scopriremo che le nostre libertà sono state erose oltre l’immaginabile, potremo dare la colpa soltanto a noi stessi.»

- Rebecca MacKinnon, Consent of the Networked, p. 250 (Trad. mia).

L’ultima tappa dello psicodramma leghista – nell’attesa di quello che si consumerà a Milano il 22 gennaio – è riassumibile nello status che Matteo Salvini ha pubblicato sulla sua pagina Facebook:

Scorrendo alcuni dei profili dei big del Carroccio, non mancano militanti ed elettori che hanno risposto all’appello. Il problema è la quantità di commenti che chiede a gran voce «Maroni segretario» – e di critiche senza appello rivolte a Umberto Bossi, fino a qualche tempo fa criticabile apertamente quanto Kim Jong Un in Corea del Nord. La prova di forza del senatur, che pare intenda sospendere gli incontri pubblici dell’ex ministro dell’Interno («Se contestano Bossi appena parlano pigliano tante di quelle legnate che non hanno neanche idea», scrive TMnews), ha avuto il solo effetto di scaldare gli animi.

Basta andare sulla pagina Facebook di Roberto Maroni, per convincersene. Ai prevedibili «io sto con Maroni» seguono prese di distanza nette dal ‘cerchio magico’ («le badanti e company», «ha oltrepassato il limite»). Ma anche dolorose prese di coscienza («nella vita le cose mutano e anche le persone… se non se ne prende atto si finisce perdenti»; «sono tesserato da due anni e ho fiducia solo di te e Flavio Tosi»), al limite dell’invettiva:

E ancora:

Lo stesso Maroni, del resto, aveva reagito a questo modo alla notizia:

Anche sulla bacheca di Marco Reguzzoni, che a sua volta oggi aveva attaccato Maroni, volano staffilate al titolare della pagina:

Per non parlare delle reazioni al post di Salvini:

O anche:

E gli inclementi:

Bossi era già stato contestato apertamente a Varese. Ma lo scontro per la successione sembra ormai aver compiuto un ulteriore salto di qualità, passando direttamente al dileggio e alla richiesta addirittura di andare fuori dal partito. L’appuntamento milanese, nata per ribadire la presunta unità del Carroccio, sarà invece l’occasione per una resa dei conti che potrebbe cambiare per sempre il volto del partito.

Sempre che Maroni sia ancora nella Lega, per allora.

Dopo che ha detto che «certamente» non si dimetterà da coordinatore campano del Pdl (ore 8.51), che «comunque vada» si dimetterà da coordinatore campano del Pdl (ore 12.05) e che prima di dimettersi da coordinatore campano del Pdl dovrà «sentire i vertici del partito a livello locale e nazionale» (ore 15.32), dobbiamo aspettarci che Nicola Cosentino si dimetta da coordinatore campano del Pdl o no? E soprattutto, perché dovremmo credere a quello che dice?

(Sulla foto non ho nulla da aggiungere a quanto ha commentato Alessandro Gilioli).

Update: alle 18.57 Cosentino si è dimesso.

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